Her Private Hell: il ritorno alla violenza glamour di Nicolas Winding Refn
Sophie Thatcher è la final girl di Nicolas Winding Refn, che a distanza di dieci anni da The Neon Demon torna al cinema, grazie a MUBI, per un nuovo incubo sensoriale.
"All that mattered was sensation", diceva lo scrittore J.G. Ballard in una famosa intervista del 1992 a Sandro Moiso. Questa percezione dello scrittore di Crash — di un'umanità alla deriva, totalmente anestetizzata dai media (e oggi dai social media), la cui ricerca del piacere si basa su stimoli estremi — si adatta perfettamente a Her Private Hell, ultimo film di Nicolas Winding Refn, presentato all'ultima edizione del Festival di Cannes e in uscita l'1 ottobre nelle sale italiane.
Non è un caso, ovviamente, che Refn attribuisca a questa figura paterna, estrema e deviante, il nome del famoso fondatore della band punk rock New York Dolls e, successivamente, degli Heartbreakers.
Questa esistenza, fondata su un triangolo disturbante tra Elle, il rapporto ambiguo con Dominique e la figura assente/presente di Johnny, viene sconvolta dagli omicidi brutali di Leather Man, che Johnny trasforma in un racconto dell'orrore per spaventare moglie, figlia e nuova arrivata, prima che il mostro — vestito di cuoio e con guanti neri tempestati di diamanti, che si può uccidere solo tagliandogli le mani — inizi a massacrare giovanissime donne, protetto dalla nebbia che avvolge la città.
Nei momenti peggiori, il film — volutamente estremo, quasi impossibilitato a ogni pretesa di narrazione, così come le scene di violenza sono svuotate a favore dell'estetica — ha la recitazione plastica (per l'appunto) di serie nostrane come The Lady. Il montaggio, lento e dilatato, ha il sapore dei fotoromanzi Lancio, il tutto per permettere allo spettatore di vivere un'esperienza che ricorda il Bret Easton Ellis del libro Glamorama, quello dello "scivolare sulla superficie delle cose". Questo film, a quanto pare, nasce da un'esperienza di premorte di Refn, che ha avuto un arresto cardiaco di 25 minuti nel 2023. Da qui la spiegazione per la lentezza esasperata, l'antiemotività (impossibile empatizzare con Elle come con Private K.) e i lunghissimi silenzi che smorzano la tensione tragica, dando al film un ritmo difficile da sopportare e rischiando di scivolare in una nube di autocompiacimento (per l'appunto).
Nei suoi momenti migliori Her Private Hell è un incubo sensoriale, supportato dalla fotografia glamour sui toni del magenta, del viola e del blu elettrico di Magnus Nordenhof Jønck (già collaboratore per la serie Copenhagen Cowboy) e dai neon tanto cari a Refn; così la colonna sonora retrò di Pino Donaggio (Omicidio a luci rosse) e le tracce electro di Julian Winding (sì, il nipote di Refn) cristallizzano la violenza come se fosse una battaglia di pose degna della Ball culture e del Voguing.