I Critics Choice Awards 2026 e l’arte di premiare senza sorprendere
Una cerimonia senza sorprese, dove riconoscimenti consolidano più che aprire nuove strade
I Critics Choice Awards 2026 consegnano una fotografia piuttosto chiara dello stato attuale del sistema dei premi, un equilibrio accurato, studiato, quasi rassicurante tra prestigio autoriale, consenso critico e riconoscibilità mediatica. Una serata che non fa scandalo, non divide davvero e, soprattutto, non rischia nulla.
Il trionfo di Timothée Chalamet come Miglior Attore rientra perfettamente in questa logica. Non tanto per la singola performance - che resta solida e riconosciuta - quanto per il ruolo che Chalamet occupa ormai stabilmente nel cinema contemporaneo: quello dell’attore che riesce a tenere insieme autorialità e popolarità, critica e marketing, cinema “serio” e centralità culturale. La vittoria non sorprende, ma certifica uno status già acquisito. Il premio è stato assegnato per la sua interpretazione in Marty Supreme, valendogli il riconoscimento di Miglior Attore Protagonista.Allo stesso modo, il successo di Paul Thomas Anderson con One Battle After Another (Miglior film e Miglior regia) sembra rispondere a una dinamica ormai consolidata, perché premiare un autore riconosciuto significa rafforzare l’idea di un canone condiviso, più che aprire a nuove letture. È una scelta che conferma l’autorevolezza del premio, ma che difficilmente lo rende imprevedibile. Sul fronte televisivo, la vittoria di Adolescence come miglior limited series è forse uno dei pochi segnali di reale attenzione al presente. Non tanto perché Netflix continui a dominare – cosa ormai strutturale – quanto perché viene riconosciuta una serie che ha saputo intercettare un disagio generazionale senza addomesticarlo. Qui il premio appare meno automatico, più legato a una reale urgenza narrativa.
Il resto del palmarès segue una linea simile: riconoscimenti tecnici ben distribuiti, premi attoriali che sembrano ratificare percorsi già avviati, film che occupano esattamente lo spazio che ci si aspettava occupassero. Nulla di sbagliato, ma nemmeno qualcosa che lasci davvero il segno. Le categorie tecniche e interpretative hanno premiato titoli già centrali nel dibattito critico della stagione, come Sinners, riconosciuto soprattutto per il lavoro visivo e sonoro, Hamnet, che ha raccolto consensi sul fronte delle interpretazioni, e Frankenstein, valorizzato nelle categorie artigianali. Scelte coerenti con l’andamento della stagione, ma prive di reali deviazioni rispetto alle aspettative della vigilia.
Ed è forse questo il punto più interessante - a tratti forse noioso - dei Critics Choice Awards: la loro capacità di funzionare come termometro di consenso interno all’industria, più che come strumento di rottura. Premiano ciò che è già stato metabolizzato, accettato, discusso e, in un certo senso, digerito. Più che anticipare, confermano. In questo senso, va precisato che i Critics Choice non sono mai stati il luogo dello shock o della presa di posizione radicale. Sono il posto in cui il cinema e la serialità si guardano allo specchio e si riconoscono. Una funzione legittima, ma che rende difficile aspettarsi sorprese reali.Ci hanno quindi lasciato con una cerimonia ben calibrata, elegante, coerente con il proprio ruolo. Ma anche con un premio che continua a muoversi all’interno di confini molto sicuri, dove l’idea di “scelta” coincide spesso con quella di “conferma”.