I diavoli di Ken Russell: il grande ritorno di un capolavoro maledetto
A 55 anni dall’uscita, torna al cinema in versione integrale I diavoli: eros, religione e politica si intrecciano in un visionario dramma storico dominato dalle interpretazioni di Oliver Reed e Vanessa Redgrave.
Un parroco dotato di uno straordinario carisma e di un irresistibile ascendente sulle donne; una madre superiora in preda a una logorante frenesia erotica che non è in grado di soffocare; una cittadina della Francia occidentale che si trasforma nell’ultimo baluardo di libertà contro gli abusi del potere. Sono gli ingredienti del film che fin dalla sua prima apparizione nelle sale, nell’estate del 1971, sarebbe diventato una delle opere più controverse e censurate di ogni epoca, conquistandosi uno statuto di cult maledetto conservato per oltre mezzo secolo. Il titolo in questione è I diavoli, il pinnacolo nella carriera del prolifico cineasta britannico Ken Russell, basato su una reale vicenda verificatasi a Loudun nel 1634, durante l’ultima fase delle guerre di religione in Francia.
I diavoli sono tornati: un classico scandaloso e senza tempo
Da I diavoli di Loudun, saggio storico scritto nel 1952 da Aldous Huxley, il regista di Donne in amore avrebbe tratto la materia narrativa per una pellicola che, a distanza di cinquantacinque anni, continua ancora ad irretire il pubblico con la sua tenebrosa capacità di fascinazione. Oggetto al contempo di entusiasmo e di scandalo, bersaglio di accuse di blasfemia e oscenità, I diavoli sarebbe stato tagliato di alcuni minuti dalla Warner Bros per la sua distribuzione negli Stati Uniti, censurando fra le altre la famigerata sequenza dello ‘stupro’ di un crocefisso. Da allora la sua popolarità avrebbe attraversato fasi alterne, per poi conoscere una progressiva diffusione a partire dal nuovo millennio, mentre l’irreperibile versione integrale del film assurgeva all’equivalente di un Sacro Graal per diverse generazioni di cinefili.
Dopo la pubblicazione di un’edizione DVD nel 2012 a cura del British Film Institute e oltre un decennio di pressioni sulla Warner Bros, il 2026 è stato finalmente l’anno della resurrezione de I diavoli: l’ormai leggendaria director’s cut è stata presentata infatti al Festival di Cannes, in una versione restaurata in 4K e rititolata Ken Russell’s The Devils, per poi approdare anche nei cinema, dal 16 ottobre negli Stati Uniti, dal 19 ottobre in Italia e a fine mese pure nel Regno Unito. Sull’onda di una rivalutazione critica pressoché unanime, il ritorno de I diavoli si è dimostrato tutt’altro che un fenomeno di nicchia, come confermato dalla fervida accoglienza negli USA (oltre un milione e mezzo di dollari nell’arco dei primi tre giorni di programmazione): quali sono dunque le ragioni del rinnovato successo di un film che, dopo più di mezzo secolo, continua a far parlare di sé?
L’inferno di Loudun: eros e orrore nella Francia di Richelieu
Lontanissimo da modelli quali Becket e il suo Re, Un uomo per tutte le stagioni, Il leone d’inverno e Anna dei mille giorni, I diavoli è un film vorticoso e spiazzante sull’eterna lotta per l’autodeterminazione, sia sul piano individuale che su quello sociale e collettivo; sulla forza dirompente dell’eros, pulsione che si dibatte fra una repressione oscurantista e un’istintualità carica di vitalismo; e sulla paura e il fanatismo come strumenti micidiali nelle mani di un regime ferocemente liberticida. «Ogni volta che c’è un cosiddetto rigurgito nazionalista, significa una cosa: qualcuno sta provando a prendere il controllo dell’intero paese», è il severo monito di padre Grandier, mentre invita i propri concittadini a non lasciare che il Cardinale Richelieu faccia abbattare le mura di Loudun, roccaforte in cui cattolici e ugonotti coabitano pacificamente.
Se l’Urbain Grandier di Oliver Reed si erge con fierezza al cospetto dei propri avversari, difendendo fino all’ultimo la dignità dell’essere umano dalla brutalità delle istituzioni (tanto la Chiesa, quanto lo Stato), suor Jeanne, la madre superiora del convento, costituisce un personaggio assai più complesso: una giovane donna dilaniata dall’ossessione sessuale per Grandier e dalla rabbiosa impotenza per la propria condizione, simboleggiata da un corpo chino e deforme in antitesi alla fisicità statuaria del presbitero. Ed è lo sguardo magnetico di Vanessa Redgrave, illuminato da repentini lampi di sadismo, a rivelarci la fragilità divorante di suor Jeanne, aprendo la finestra su un abisso che, ieri come oggi, ci invita ad annegare nella sua oscurità senza fine.