Il corpo e la sessualità in Ghost in the shell: la rivoluzione della nudità
Identità, corpo, anima. Ghost in the shell è ancora rivoluzionario per come provoca superando la sessualità verso l'utilitarismo
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Alzi la mano chi, entrando in una fumetteria per la prima volta, non è rimasto colpito dall’onnipresente copertina del DVD di Ghost in the Shell. Le linee verdi del chip ricordavano il ben più celebre Matrix (in pochi sapevano che l’influenza era contraria). In primo piano una pistola tra le mani di un’affascinante donna… nuda. Salvo scoprire subito dopo, una volta caduto l’occhio, che non si tratta di una donna, ma di un androide.
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McAndrews riflette in particolare modo sulla scena iniziale con la costruzione fisica del Magiore Motoko Kusanagi. È chiaro sin da subito che siamo in un mondo in cui i limiti del corpo umano sono obsoleti. E in quanto tali intollerabili. La funzionalità di quella macchina fatta di muscoli, nervi e tessuti è "aumentata" da aggiunte cibernetiche. Aumentata, diciamo, non solo potenziata, intendendo il termine allo stesso modo della “realtà aumentata” dove uno non esclude l’altro ma le due cose convivono in armonia.
A ben vedere, anche Matrix ha ben ripreso questa filosofia, sicuramente in maniera meno radicale, ma anche le sorelle Wachowski hanno messo in secondo piano l’antico primato del corpo rispetto all’identità sessuale. La carne è una batteria, è vista dalle macchine come un oggetto, ma è l’anima il vero mistero irriproducibile.

Ma allora la questione che attraversa tutto il film non è quella di superare la sessualità o oggettificare il corpo per compiacere lo sguardo (non concordiamo in questo con quanto lasciato indirettamente intendere nel saggio). Quello, lo ripetiamo, è un problema di chi guarda. Mamoru Oshii è interessato invece al materiale, alla forma delle cose. Il Magiore Motoko ha il corpo perfetto proprio perché è artificiale, e quindi per lui meno affascinante della carne “impura”. Oshii è attratto dal Ghost (il subconscio), nascosto nell’involucro (shell).
Sotto questa chiave di lettura viene da chiedersi quindi se quella forza vitale imprigionata sia l’anima o, superando questo concetto, sia un io. Una coscienza diffusa nel cyberspazio che quindi non dipende più da un luogo o da una materia. E se è sciolta da questi vincoli allora è perfetta, quasi divina, sicuramente indipendente e libera. E chi è totalità di sé non è più costretto a dipendere dall’altro.
Il Magiore Motoko vince così il desiderio sessualizzante della contemporaneità (che, a ben vedere, è ancora più utilitaristico di quello del film): mettendo il proprio io al centro della sua finitezza. Non importa di cosa sia fatta, ma la sua coscienza è l’unica che deve restare integra. E allora potrà essere libera di definire se stessa senza dipendere più dalle mani degli altri che plasmano e modellano a propria immagine e somiglianza.
Fonte: Filmschoolrejects