Il Diario di Bridget Jones: orgoglio, pregiudizio e imperfezione
Aspettando Bridget Jones's Baby, riscopriamo Il Diario di Bridget Jones, primo film della trilogia con Renée Zellweger, tratto dal libro di Helen Fielding
Have You Met Miss Jones?
"Have you met miss Jones?" Si chiedevano Peggy Jones e Phil Barker nel musical I’d Rather Be Right. Le loro parole sarebbero state rilanciate prima da Frank Sinatra e poi da Robbie Williams. La popstar inglese le canta durante i titoli di coda, e il ritornello calza a pennello con il quesito che il film è riuscito a centrare: chi è davvero Bridget Jones? È una donna di 32 anni che incarna un gran numero di qualità e di sfumature che vanno ben oltre il femminile e l’anagrafico. In primo luogo, Jones ricorda a tutti che non è necessario essere eccezionali per brillare. Si può essere Jones senza chiamarsi Indiana, ma per sopravvivere da soli in una giungla metropolitana occorrono egualmente una buona dose di coraggio e di indole scavezzacollo. Anche nel suo mondo, gran parte del senso comune è sempre più sbilanciato su un immaginario che vuole tutti al top, in qualsiasi ambito e in ogni situazione. Bridget non sa fare nulla ad alto livello, ma non rinuncia mai alla ricerca di un posto nel mondo. Chiaramente, non senza un gran numero di scivoloni e di lagnanze di sorta: "Perfetto! Sono la scema del villaggio globale, la scema nazionale!" si rimprovera dopo una gaffe in diretta tv, "Ho un sedere grande come un tir col rimorchio, ho una famiglia disastrata e faccio schifo in tutto!”. La sua nuova vita è fatta di step avventurosi e dagli esiti del tutto incerti nei quali Bridget, letteralmente, improvvisa. In secondo luogo, Jones si muove in un mondo nel quale le parole possono alternativamente pesare come macigni o essere alla mercé della libera interpretazione. "Non aspiro a una zitella con incontinenza verbale che fuma come un camino, beve come un pesce e si veste come sua madre" esclama Mark Darcy: sentendolo, Bridget ha uno scossone che non la spinge a fare un bilancio del passato, ma a progettare un nuovo futuro: "Decisi di riprendere in mano la mia vita. E cominciare un diario, in cui scrivere tutta la verità su Bridget Jones, nient'altro che la verità". Bridget si racconta da sola, non tanto per capire chi sia ma per ricordarsi in continuazione che può aspirare alla felicità. È questo, e solo questo, a renderla un'eroina del suo tempo: anziché assumere un'identità fittizia, si sbarazza di un'identità plasmata dalle aspettative degli altri e dai manuali di auto-aiuto. Un percorso che la porta a esternare un'innata emotività che la riconferma, ancora una volta, persona sincera: "È solo un diario" esclama alla fine, "Si sa che i diari sono pieni di stronzate!". Bridget ha successo quando si butta e quando smette di pensare a cosa ci si aspetterebbe da lei, limitandosi a fare ciò che sente essere la cosa giusta. Ovviamente, sempre all'ultimo e sempre di corsa: non è un caso che un marchio distintivo delle commedie firmate da Curtis sia proprio una grande corsa finale: "Buona fortuna ragazza pazza!" gridano a Bridget per strada mentre lei rincorre Mark sotto la neve. Correva per Londra anche Hugh Grant in Notting Hill, nel tentativo disperato di ritrovare Anna Scott prima che ripartisse per gli Usa, e corrono tutti verso l'apice di un grande climax anche i protagonisti di Love Actually. E in mezzo a un mare di convenzioni, rituali e regole non scritte sul "come stare al mondo", la vera Bridget viene fuori quando non ha più idee su come diamine comportarsi: quando cerca un nuovo lavoro, tenta di assumere ogni identità possibile nel disperato tentativo di lasciare un segno. Stremata, quando all'ennesimo colloquio dichiara "Devo lasciare il posto dove lavoro perché mi sono scopata il capo", ammette a se stessa di aver perso la testa per la persona sbagliata: è la sua schiettezza, in un mare di ipocrisia, a scrivere il vero diario di Bridget Jones.

Jane Austen, Helen Fielding, Renée Zellweger
Helen Fielding non ha mai fatto mistero di avere avuto in mente Orgoglio e Pregiudizio nello scrivere le avventure di Bridget. Darcy, dopotutto è un cognome che ha il suo peso. Quando Bridget incontra sua madre al centro commerciale, commenta di sottofondo: “È una verità universalmente accettata che quando una parte della tua vita comincia a andare bene, quell'altra diventa un disastro totale” riarrangiando un passaggio di Orgoglio e Pregiudizio che recita “È una verità universalmente riconosciuta, che uno scapolo in possesso di un'ampia fortuna debba avere bisogno di una moglie”. Non è un caso che Il Diario di Bridget Jones abbia coinvolto molti nomi che hanno lavorato a adattamenti per il grande e piccolo schermo di vari romanzi della Austen: il co-sceneggiatore Andrew Davies è l’autore dello script di Orgoglio e Pregiudizio del 1995, prodotto dalla BBC, che vede Colin Firth tra i protagonisti; Hugh Grant e Gemma Jones erano nel cast di Ragione e Sentimento di Ang Lee; Embeth Davidtz, che interpreta Natasha, aveva recitato in Manfield Park del 1999. Non è un caso, inoltre, che la casa editrice dove lavora Bridget si chiami Pemberley Press: in Orgoglio e Pregiugizio, Permberley è il nome della residenza del signor Darcy. E per prepararsi al ruolo, Zellweger lavorò per due settimane in una vera casa editrice britannica, la Picador, rispondendo al telefono sotto il falso nome di Bridget Cavendish.


Al momento, Il Diario di Bridget Jones è l’unica commedia romantica del ventunesimo secolo ad aver dato vita a una trilogia nella quale tutti e tre i film sono usciti al cinema e in cui la protagonista è interpretata dalla stessa attrice. A oggi, la serie è anche l’unica trilogia i cui episodi sono stati diretti da due registe: Sharon Maguire e Beeban Kidron.