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Il diavolo veste Prada 2: una caduta nel fast fashion

Tra nostalgia e timore di esporsi, il sequel smussa la critica al sistema moda e trasforma il conflitto in favola consolatoria, dove il potere si preserva e l’estetica perde forza e significato.

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Uno dei momenti più memorabili (tra i tanti) di Il diavolo veste Prada (2006) è la sequenza di montaggio con in sottofondo "Vogue" di Madonna, quella in cui vediamo Anne Hathaway indossare diversi outfit mentre si destreggia con garbo ed eleganza nel caos eccitante delle strade di New York. Quella sequenza è diventata iconica non solo per il piacere estetico e la fantasia sociale che appagava ("un milione di ragazze ucciderebbe per questo lavoro"), ma soprattutto perché raccontava tramite i vestiti la prima grande trasformazione della protagonista. Se all'inizio Andy appariva innocente e non corrotta dal sistema, sepolta da abiti fuori luogo e fuori misura, dopo il burn-out e il conseguente discorso di Nigel (la sua fiabesca fata madrina) sul lavoro come devozione e sacrificio, Andy accetta emotivamente quella verità e può allora indossare con sicurezza e cognizione di causa (il discorso sul maglioncino ceruleo come abito inconsapevole) i suoi nuovi vestiti di lusso e, soprattutto, il suo nuovo, favoloso ruolo sociale.

Nel corso di questi vent'anni Il diavolo veste Prada è diventato un cult per il modo in cui è riuscito a coniugare il suo essere una favola al limite della parodia, piena di sarcasmo e battute pungenti, con la serietà di chi scherza amaramente su uno stato di cose reale, mettendo bene in chiaro la correlazione che esiste, ieri come oggi, tra il sistema moda, i media che lo orientano, e il sistema capitalista che lo alimenta (il dramma sventato di una sostituzione ai vertici per interessi economici). Per godere e realizzarti come donna nel lavoro dei tuoi sogni (vestire Prada) devi in qualche modo corromperti, del tutto o in parte (fare o diventare il diavolo), e mettere in conto come necessario il prezzo umano e personale della tua scelta. Il sacrificio fa parte del gioco.

Quell'etica del lavoro appare oggi decisamente più disturbante di quanto non sembrasse all’epoca (così come quel senso di colpa che il ragazzo di Andy le fa provare costantemente, rimproverandola perché è troppo impegnata a lavorare e a crescere); eppure, vedendo Il diavolo veste Prada 2, sembra che i termini dell'equazione si siano invertiti. Se prima la favola parodica parlava della realtà, questo secondo capitolo parte da premesse reali per arrivare a conclusioni favolistiche e irreali, che esistono soltanto nel mondo dei sogni. Come se, invece di renderla più acuta, i tempi maturi avessero reso la critica al sistema praticamente nulla. Troppa paura di dire qualcosa di sbagliato?

In un momento storico in cui l'industria della moda paventa con grande apprensione la possibile acquisizione di Condé Nast da parte di Jeff Bezos, e in cui Vogue attraversa una profonda crisi di autorevolezza, credibilità e posizionamento, la campagna marketing del film ha confuso volutamente realtà e finzione, legando strettamente l'immagine di Miranda/Meryl Streep a quella di Wintour, Runway a Vogue (la copertina di maggio 2026, la clip in cui le due si incontrano in ascensore) al punto che Il diavolo veste Prada 2 sembra essere la conseguenza di ciò che il potere industriale ha bisogno di dire su sé stesso e la propria posizione attuale.

È in questo contesto che Andy torna a Runway con il compito di salvare la reputazione del giornale da uno scandalo di sfruttamento della manodopera. Paradossalmente, per quanto Andy sia presentata come una premiata giornalista d'inchiesta con alti valori morali, il suo licenziamento le fa accettare di buon grado il ruolo di senior features editor senza che il film si interroghi troppo sul processo emotivo e morale alla base di tale scelta. Il postulato implicito è che Runway, in quanto legacy brand, vada salvata a tutti i costi. Non perché si interroga sul proprio ruolo di potere e sulla propria posizione culturale, ma perché esistono cattivi ancora più cattivi di Miranda che vanno sconfitti: quelli dell'alta finanza, malvagi perché non capiscono niente di moda. L’antagonismo che reggeva il primo film viene cancellato da una facile alleanza, lo scandalo politico viene presto dimenticato, mentre l'elefante nella stanza della rilevanza culturale di una testata storica che se la deve vedere con logiche algoritmiche e giganteschi problemi di sostenibilità ambientale e lavorativa, viene affermato a parole ma non discusso attraverso i fatti. Il brand va salvato a priori con macchinazioni favolistiche, che per quanto abbiano il pregio di mostrare i meccanismi alla base dell’industria, hanno esiti improbabili guidati dalla necessità del lieto fine.

Il messaggio preoccupante che passa da Il diavolo veste Prada 2 è che sia giusto per diritto storico e non per merito reale aggrapparsi al proprio trono di potere, giustificando tale avidità nella buonista e vaga volontà di condividere la responsabilità del “nuovo Runway” con la nuova generazione. I giovani sono ritratti ancora come gli stereotipi dei laureati ultraqualificati incatenati alla scrivania, ma la parodia critica del primo film qui si limita alla maschera: non è dato sapere cosa pensino davvero. Il loro ruolo rimane marginale e accessorio, il loro ritratto al limite (e oltre) del derisorio.

Il diavolo veste Prada 2 ha inoltre perso per strada anche quel piacere esteticamente godurioso con cui il primo film aveva usato i vestiti come campo di significazione dei personaggi. Qui non si tentano sviluppi ragionati nel modo in cui i personaggi indossano i loro ruoli, né si concedono momenti di puro show-stopping. A dominare è un pessimo gusto di derivazione fast fashion che dei personaggi non dice niente, genericamente standardizzato e gravemente anonimo… pescato dal cesto delle offerte come un qualunque maglioncino ceruleo.

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