Il documentario più sconvolgente del 2008?
In un anno che ha visto il trionfo del fantastico Man On Wire, c'è stato un altro lavoro impressionante, anche se non ha ricevuto le stesse attenzioni. Si tratta di...
Rubrica a cura di ColinMckenzie
Il punto è che il pregio maggiore di Dear Zachary è l'imprevedibilità. Inizia come un semplice (si fa per dire) omaggio a un amico morto, che appare come un esempio di minimalismo intelligente e corretto. Ma poi, col passare dei minuti, diventa qualcos'altro. Un giallo? Un thriller? Una denuncia sociale? Sì, ma fatto in maniera molto complessa. Da una parte, c'è un utilizzo fantastico di materiali 'poveri' (come semplici spezzoni di interviste e vecchi filmini casalinghi), che sembrano mostrare un grande senso di ingenuità. Ma dall'altra, c'è un realizzatore che conosce perfettamente il suo mestiere e che sa come utilizzare i mezzi a sua disposizione per provocare i massimi effetti possibili.
Certo, come ha obiettato qualcuno in patria, il rischio ricattatorio esiste e in alcuni momenti ci sono degli effettacci pesanti. Ma è un difetto? A parere di chi scrive no, nel senso che chiaramente si tratta di un lavoro non obiettivo (nel senso migliore del termine) e in cui la passione non solo del regista, ma di tutti quelli coinvolti emerge chiaramente. E comunque, con un materiale così difficile da trattare, qualche difetto è inevitabile e comunque contenuto a livelli accettabilissimi. Ma certe scene, di sicuro, sono indimenticabili, a cominciare dai rapporti incredibili a cui la vita ti costringe e delle strazianti ipotesi alternative.