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Il fallimento di Horizon è la fine del western al cinema?

Dal flop di Horizon alla trasformazione del genere, viaggio nella crisi e nella rinascita del western tra cinema e serialità: è davvero la fine o solo un nuovo inizio?

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C’è qualcosa di commovente e insieme grottesco nel destino di Horizon: An American Saga. Kevin Costner ha ipotecato la sua villa a Santa Barbara per realizzarlo. Ha investito 38 milioni di dollari di tasca propria in un progetto da cento milioni: un’epopea in quattro capitoli sull’espansione del West americano durante l’era della guerra civile. Ha girato i primi due capitoli in contemporanea e ha lasciato Yellowstone — la serie che gli aveva restituito un pubblico enorme — per inseguire questo sogno. Ha promosso il film senza sosta. E poi, al box office, il disastro.

Costner ha dichiarato di essere convinto che Horizon verrà visto per i prossimi cinquant’anni. Ma la domanda che il film solleva non riguarda tanto il suo autore quanto il genere che tenta di resuscitare: che cosa è successo al western?

Il western come mito fondativo

Bisogna partire da lontano. Il western, nel cinema statunitense del Novecento, non era un genere come gli altri: era la mitologia fondativa di una nazione. La Monument Valley di John Ford, i nativi americani spesso ridotti a incarnazioni del male assoluto: tutto contribuiva a costruire un’epica dell’espansione che giustificasse retroattivamente conquista e sangue.

Il western classico era un’egemonia culturale travestita da intrattenimento. E funzionava benissimo. Finché ha funzionato. Poi sono finiti gli anni Sessanta.

Nel 1969 Sam Peckinpah con Il mucchio selvaggio demolisce il mito dalle fondamenta: i suoi pistoleri sono stanchi, ubriachi, obsoleti, massacrati in un finale sanguinoso che è la nemesi esplicita di ogni cavalcata verso il tramonto fordiana.

Nello stesso periodo, dall’altra parte dell’Atlantico, Sergio Leone costruisce il suo personale smontaggio con gli spaghetti western. L’uomo senza nome di Clint Eastwood non è un eroe: non ha identità, non ha storia, non ha motivazioni morali. Uccide per denaro e sopravvive per caso.

Eppure la trilogia del dollaro è potentissima. Qui sta il paradosso: il western sopravvive alle proprie crisi perché è visivamente inesauribile.

Gli anni Settanta e Ottanta: il senso di colpa e il silenzio

Gli anni Settanta complicano ulteriormente il quadro. Il genere, sotto la pressione dei cambiamenti sociali, inizia a fare i conti con ciò che aveva rimosso: la violenza sui nativi americani, la misoginia strutturale, la mitologia bianca ed escludente.

Piccolo grande uomo di Arthur Penn è tra i primi western mainstream a raccontare il massacro di Little Bighorn anche dal punto di vista sioux.

Poi arriva il decennio del silenzio. Negli anni Ottanta il western, con poche eccezioni (come Silverado), scompare quasi del tutto dalle sale. Il pubblico si sposta verso altri immaginari: fantascienza, action urbano, estetica reaganiana fatta di muscoli e tecnologia.

Il cowboy sopravvive come simbolo politico — basti pensare a Ronald Reagan nel suo ranch — ma non più come figura cinematografica centrale. Il genere trova rifugio nella televisione.


Il ritorno con Costner

Il grande ritorno arriva nel 1990, ancora una volta con Kevin Costner. Balla coi lupi è insieme classico e revisionista: da un lato celebra il paesaggio, dall’altro adotta il punto di vista dei Lakota Sioux.

Il film incassa 424 milioni di dollari nel mondo e vince sette Oscar, tra cui Miglior Film e Miglior Regia.

Gli anni Novanta e Duemila vedono il western cercare nuove strade senza trovarne una definitiva. Gli spietati di Clint Eastwood è un punto di svolta: un film che guarda alla violenza senza glorificarla, con una malinconia lucida e definitiva.

Con Non è un paese per vecchi, i Fratelli Coen usano il western come involucro per una riflessione sull’entropia del male e sulla fine di un’epoca.

Poi Quentin Tarantino con Django Unchained spinge il genere verso la riscrittura esplicita della storia: la vendetta diventa atto politico.

Il western è diventato seriale

Ed è qui che torniamo a Horizon. Quando Costner lo porta nelle sale nel 2024, il western ha già trovato una nuova forma: la serialità.

Yellowstone e i suoi spin-off dimostrano che il West contemporaneo vive meglio nel formato lungo. Taylor Sheridan ha capito ciò che Costner ha rifiutato di accettare: l’epopea oggi ha bisogno di tempo, di accumulo, di dilatazione.

Non tre ore, ma sessanta.

C’è qualcosa di ironico in tutto questo. L’uomo che aveva resuscitato il western nel 1990 prova a farlo di nuovo nel 2024 e si scontra con un terreno culturale ormai cambiato in modo irreversibile.

Il western, però, non è morto. Non muore mai davvero. Si è trasformato: è diventato più diffuso, meno monumentale, più ibrido.

Quella luce radente sui paesaggi sconfinati rimane. E finché rimane, il genere non ha bisogno di essere resuscitato.

È già lì. In attesa di qualcuno che abbia il coraggio di attraversarlo.

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