FILM

Il finale di Amarga Navidad: Pedro Almodóvar e la “chiave del racconto”

Un’analisi del finale di Amarga Navidad, in cui Pedro Almodóvar adopera gli strumenti della metafiction per esplorare il processo creativo, fra ricerca d’ispirazione e dilemmi morali.

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È una sommessa ambiguità a innervare, in maniera impalpabile ma via via più manifesta, l’intreccio di Amarga Navidad, il ventiquattresimo lungometraggio di Pedro Almodóvar, reduce dal concorso del Festival di Cannes 2026. Un’ambiguità di carattere espressamente drammaturgico, che ammanta la vicenda al centro del film: quella di Elsa, regista di spot pubblicitari interpretata da Bárbara Lennie. Autrice di un paio di sfortunati cult-movie, Elsa vagheggia il ritorno al cinema, ma la sua serenità è minata dalle frequenti emicranie da cui è afflitta e dall’ombra del lutto per la morte della madre; e neppure l’amorevole vicinanza del compagno Bonifacio (Patrick Criado), giovane pompiere con un secondo lavoro da stripper, sembra in grado di placare le sue silenziose inquietudini.

Sulla radice di tali inquietudini, così come sull’esatta direzione del racconto, stavolta Pedro Almodóvar non ci fornisce facili appigli: troppo trattenuto per afferire al melodramma e ben lontano dai territori del thriller e del noir (a dispetto della tensione costantemente evocata dalla suggestiva colonna sonora del fidato Alberto Iglesias), Amarga Navidad segue un andamento insolito, abbandonando a poco a poco il personaggio di Bonifacio per introdurre invece prima la figura di Patricia (Victoria Luengo), madre di famiglia che Elsa vorrebbe vedere emanciparsi da un marito fedifrago, e poi un’altra amica della protagonista, Natalia (Milena Smit), alle prese con un tormentoso rimorso da cui non riesce a trovare sollievo, e che Elsa accoglierà nel selvaggio scenario vulcanico dell’isola di Lanzarote, meta di un’improvvisa vacanza alla ricerca di ispirazione.

Il Raúl di Almodóvar: un autore in cerca di personaggi

Tuttavia, al di là della capacità di fascinazione propria del cinema di Almodóvar, nella costruzione del film ci pare di sentir scricchiolare qualche ingranaggio. Ce ne accorgiamo noi spettatori, ma se ne accorge soprattutto Raúl, impersonato dall’argentino Leonardo Sbaraglia (il Federico Delgado ex amante ed ex attore-feticcio dell’alter ego almodóvariano di Dolor y gloria). Amarga Navidad lascia trapelare infatti frammenti di un secondo livello narrativo: quello che vede appunto Raúl, regista di mezza età, alle prese con la stesura di un nuovo script. La storia di Elsa, ambientata nel 2004, è dunque il frutto della fantasia di Raúl, o piuttosto – e Almodóvar ce lo suggerisce un po’ alla volta – la rielaborazione di spunti autobiografici e di elementi ripresi dalle due persone a lui più vicine: il partner Santi (Quim Gutiérrez) e la fedelissima assistente Mónica (Aitana Sánchez-Gijón).

Ecco dunque che Amarga Navidad, come altre opere nella produzione del cineasta spagnolo (da La mala educación a Gli abbracci spezzati, da Julieta al già citato Dolor y gloria), viene avvolto da un gioco di riflessi, in cui sta al pubblico rintracciare gli echi di cui si compone la dimensione metanarrativa della pellicola: Elsa funge da alter ego di Raúl, ma di rimando pure dello stesso Almodóvar (i paralizzanti mal di testa della donna non possono non ricordare il “dolor” di Salvador Mallo in Dolor y gloria); Santi si rivede in Bonifacio, inclusa la sua essenza di personaggio relegato in un mortificante secondo piano; mentre i legami tra madri e figli, altro essenziale leitmotiv del cinema di Almodóvar, costituiscono il tessuto drammatico di ogni sezione della trama.

 

Scintille e dilemmi dell’atto creativo

Dalle acrobazie postmoderne delle origini alle confessioni più o meno autobiografiche della maturità, la filmografia di Pedro Almodóvar è spesso stata imperniata sulla mise en abîme: dalla scena d’apertura semi-pornografica de La legge del desiderio all’intreccio metacinematografico a tinte noir de La mala educación, per approdare all’autoritratto dipinto in Dolor y gloria. E Amarga Navidad ci immerge da subito nell’abisso, salvo poi adottare la prospettiva di Raúl per interrogarci sulla natura stessa dell’atto creativo: il mondo di Elsa esiste in virtù del mondo del suo ‘autore’, e quanto più quest’ultimo appare in crisi, privo della scintilla di un’autentica ispirazione, tanto più l’equilibrio narrativo ci risulta sbilanciato, con il rischio che l’intero racconto si inceppi. È lo spauracchio di Raúl e, in parallelo, l’ammissione di fallibilità di un maestro settantaseienne che non ci ha mai fatto mistero dei propri fantasmi.

Ecco dunque che l’ultimo atto di Amarga Navidad non si consuma nel microcosmo di Elsa e delle sue dolenti comprimarie, bensì nel rabbioso confronto fra Raúl e Mónica, che lo accusa di aver fatto razzia delle proprie vicende private. È in questo inaspettato finale che Almodóvar esplicita il dilemma morale al cuore dell’opera: è lecito vampirizzare i sentimenti e le sofferenze altrui in nome di una presunta necessità artistica? Raúl, in risposta alle accuse di Mónica, dichiara di aver trovato nelle confidenze della donna la “chiave del racconto”, la scintilla che gli permetterà di dar vita alla sceneggiatura del suo prossimo progetto. Eppure, nel faccia a faccia tra i due si annida un’ulteriore rivelazione: l’epifania con cui Raúl intuirà che la soluzione migliore – in senso etico, ma ancor più artistico – risiede forse nel rendere davvero giustizia ai propri personaggi, e agli esseri umani che li hanno ispirati.

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