Il sangue invisibile: come il cinema sta rompendo il tabù delle mestruazioni | L'ha diretto una femmina #5

Dal tabù alle risate amare: il cinema inizia a raccontare le mestruazioni senza filtri. Da Carrie a Turning Red, fino al provocatorio Jane Austen’s Period Drama, ecco come cambia lo sguardo sul corpo femminile.

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È sempre un buon momento per parlare di mestruazioni, soprattutto perché in Italia (ma nel resto del mondo le cose vanno anche peggio) sono ancora un tabù. Nonostante più o meno la metà della popolazione sanguini ogni mese, il sangue mestruale è considerato qualcosa da nascondere, le mestruazioni un termine da non pronunciare se non durante scherzi e prese in giro e l’apparato riproduttivo femminile una grande incognita non solo per gli uomini, ma troppo spesso anche per le donne stesse. Questo anche perché non si fa educazione sessuale a scuola e il corpo delle donne viene considerato solo un territorio da possedere, non un mondo da scoprire. Grazie mille, patriarcato.

Dice infatti Valentina Lucia Fontana, presidente dell’associazione Eva in Rosso: “Il mancato insegnamento di come funziona il corpo delle persone con utero è una delle più grandi forme di sottomissione del patriarcato.” Inutile dire che le cose devono cambiare, e stanno pian piano cambiando. Anche nel cinema.

Fino agli anni Novanta, le mestruazioni al cinema praticamente non esistono. In nessun film si parla normalmente di ciclo mestruale: è una rimozione che riflette una cultura che considera questo evento qualcosa di privato, segreto, tabù. L’unico genere ad accennarvi è l’horror (pensate a Carrie), dove però diventano causa di umiliazione pubblica e il ciclo è raccontato come un elemento traumatico, non come un processo naturale.

Le cose sono cambiate negli ultimi anni e soprattutto nei coming of age (ricordate il bellissimo The Edge of Seventeen?) si è iniziato a inserire il sangue mestruale in un contesto realistico: si parla di identità, crescita, imbarazzo, biologia, e le mestruazioni sono parte di tutto questo.

La Disney ha provato a rendere il discorso ancora più mainstream con Turning Red (diretto dalla regista Domee Shi), che racconta quanto le ragazze, con il primo assorbente tra le gambe, possano sentirsi dei goffi panda rossi. La pubertà non è mai stata così bizzarra.

Come sempre, però, lo spazio più libero si trova tra i documentari. E infatti nel 2019 ha vinto agli Oscar, nella categoria Miglior cortometraggio documentario, Period. End of Sentence., da noi tradotto con Il ciclo del progresso, che ci portava in India, dove le mestruazioni sono considerate una malattia e la vita di un piccolo villaggio viene rivoluzionata da una macchina che produce assorbenti.

Un altro corto che parla di mestruazioni è arrivato quest’anno tra i candidati agli Academy Awards ed è il consiglio della settimana.


JANE AUSTEN’S PERIOD DRAMA

Le intenzioni sono chiare fin dal titolo: Jane Austen’s Period Drama è un intelligentissimo gioco di parole, perché da un lato “period drama” è un’espressione codificata nel linguaggio cinematografico per indicare i film in costume e, dall’altro, la parola “period” in inglese significa mestruazioni. Ecco allora che il titolo del corto può essere letto in due modi: “un dramma in costume alla Jane Austen”, ma anche “un dramma mestruale alla Jane Austen”.

A partire da qui, la regista e sceneggiatrice Julia Aks (con Steve Pinder) ribalta le aspettative: quello che nella forma è un raffinato racconto d’epoca introduce in realtà un argomento che in quei racconti, in quegli anni, è sempre stato escluso, ovvero il corpo femminile nella sua dimensione più naturale e biologica.

Ma andiamo con ordine.

Il corto, candidato agli Oscar, prende in prestito l’immaginario regency per farne una satira. Non si tratta però di una semplice parodia, perché tra battute divertenti, nomi bizzarri e scene grottesche smaschera ciò che il period drama ha sempre rimosso.

Costrette a regole sociali rigidissime, impossibilitate a esprimere desideri sessuali, sorvegliate costantemente da uomini-padroni, invischiate in relazioni non romantiche ma transazionali — dove la donna è solo un “capitale umano” da far fruttare col matrimonio — le protagoniste di questo mondo non hanno reale autonomia, nonostante figure come Elizabeth Bennet provino a sfidare il sistema.

Ecco allora che, per far saltare le carte in tavola, viene introdotto un elemento sistematicamente escluso, che irrompe sulla scena con una presenza ingombrante, quasi oscena: il sangue mestruale. Non c’è filtro, non c’è metafora: durante la tanto attesa proposta di matrimonio, la protagonista inizia a sanguinare. L’ignorante pretendente, però, scambia quel sangue per una ferita mortale e si affretta a cercare un medico.
Che fare? Spiegare la verità o sostenere la farsa?

Anche i dialoghi raccontano un sistema oppressivo: sono formule educate e ripetitive, prive di autenticità. Le donne parlano, ma non comunicano: ogni parola è una performance, un atto di adesione a un codice che impedisce qualsiasi espressione reale di sé. In questo contesto, il corpo — attraverso il suo sangue — diventa l’unico spazio di verità, ma anche quello più difficilmente controllabile.

Si può forse rimproverare al corto di fermarsi un passo prima della vera rottura: la protagonista non sfida apertamente il sistema e l’happy ending resta, inevitabilmente, il matrimonio. Eppure Julia Aks — che battezza le sue eroine Estrogenia, Labinia e Vagianna, e l’oggetto del desiderio Mr Dickley — centra comunque il bersaglio. La sua è una satira che disinnesca attraverso l’eccesso, che espone il meccanismo proprio mentre lo fa funzionare. Si ride, sì, ma con un certo disagio addosso.

La domanda resta sospesa: come si esce da lì? Aks non offre soluzioni rivoluzionarie né fughe spettacolari. Suggerisce piuttosto qualcosa di più semplice e, forse, più difficile: il dialogo. Quello autentico, non codificato, capace di incrinare le convenzioni dall’interno. Non una rivoluzione, ma una crepa. E a volte basta quella.

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