Il tagliaerbe e l’ingenuità degli anni Novanta
Il tagliaerbe usciva trent’anni fa: ricordo di un’opera semi-profetica affossata dalla sua stessa naïveté e dalla sua scarsa immaginazione
Quarantasette anni fa, Stephen King pubblicò sulla rivista Cavalier un racconto intitolato The Lawnmower Man, Il tagliaerbe, che parlava di un tizio che ingaggiava un giardiniere che si scopriva poi essere un adoratore di Pan che lavora nudo e ha una certa passione per i sacrifici rituali. Qualche anno dopo, Brett Leonard scrisse la sceneggiatura di un film intitolato Cybergod, che parlava di un tizio che di mestiere fa il tagliaerbe e che viene addestrato tramite realtà virtuale fino a diventare un’entità superintelligente e ai limiti della divinità. Avete notato il dettaglio in comune tra queste due storie? Esatto: in entrambe c’è, da qualche parte, un tagliaerbe, inteso come la macchina ma anche come la persona che la controlla. Come sia venuto in mente a Leonard e al produttore (e co-sceneggiatore) Gimel Everett di usare questo microscopico particolare per trasformare il loro Cybergod nel “film tratto dal racconto di Stephen King” resterà sempre un mistero, che ha visto la luce esattamente trent’anni fa, e che da allora, ahilui, è invecchiato più rapidamente di quanto credesse.
Stephen King, però, raramente se non mai si è occupato di tecnologia, sicuramente non di tecnologia del futuro. La sua opera è popolata di macchine che impazziscono e ammazzano gente, addirittura il suo primo film da regista è una storia di camion assassini che assediano una stazione di servizio; ma a King piacciono le macchine fisiche, i macchinari, gli ingranaggi, la puzza della benzina, l’analogico. Non si è quasi mai addentrato nel campo del (passateci la semplificazione) virtuale, nel mondo dei computer e di Internet e delle realtà digitali. Al contrario Il tagliaerbe era, e rimane ancora oggi trent’anni dopo, un film pionieristico, che come tutti gli horror che si rispettino mette in guardia contro qualcosa, e come tutti i film di fantascienza che si rispettino mette in guardia contro qualcosa che ancora non esiste, un’utopia futuribile.
L’idea era quella che, grazie a questi strumenti del demonio, l’umanità avrebbe aperto finalmente la porta su un’infinità di mondi possibili, e abitabili senza rischi da chiunque. Il tagliaerbe è stato, in questo senso, il primo vero horror cyberpunk della storia del cinema: un film fatto per anticipare i problemi, per mettere le mani avanti e dire “guardate che questo è quello che rischiamo se abusiamo di questa novità”. La storia è quella di un, diciamo così, sempliciotto che diventa soggetto di studi ed esperimenti sul miglioramento delle capacità cerebrali grazie all’uso di VR (con un certo anticipo su Matrix, peraltro), e che nel corso del processo subisce una trasformazione esistenziale che lo porta a trascendere la sua forma fisica e a diventare come Scarlett Johansson alla fine di Lucy, o come Johnny Depp in Transcendence, tanto per fare due paragoni con film simili ma infinitamente peggiori di Il tagliaerbe.
Ripetiamo, non è solo una questione di fisiologico invecchiamento degli effetti digitali. Il tagliaerbe parla di “mondi simulati indistinguibili da quelli reali”, ma poi imbastisce una realtà virtuale che non è altro che un normale gioco da sala giochi giocato con un caschetto: lunghi corridoi nei quali ci si sposta a gran velocità sparando a ogni cosa che si muova, quando la promessa del film è quella di vere e proprie second life. Più che sui pericoli della virtualizzazione della realtà, Il tagliaerbe sembra voler mettere in guardia contro quella che qualsiasi videogiocatore compulsivo riconoscerà come “la chiusa”: quel momento in cui passi più tempo a fissare lo schermo che a mangiare, guardare fuori dalla finestra, comunicare con il mondo esterno.
Stiamo dicendo che se Leonard ed Everett avessero fatto uno sforzo di immaginazione e provato a trattare la VR non come una bestia pericolosa da tenere a bada ma come uno spazio di possibilità Il tagliaerbe si sarebbe potuto elevare da ottimo thriller/horror a simbolo e profezia. D’altra parte il film successivo di Leonard, Virtuosity, faceva proprio questo salto concettuale, e il risultato è che incassò 37 milioni a fronte di un budget di 30: è possibile che ci fosse un ragionamento dietro al relativo scarso coraggio di Il tagliaerbe. Che comunque, ci teniamo a ribadirlo, non toglie nulla al valore del film (del quale vi consigliamo, se potete, di recuperare la director’s cut da 2 ore e 20).
Al limite ci porta a porci una domanda: visto tutto quello che è successo con la VR dal 1992 a oggi, è forse arrivato il momento di un remake?


