In 28 giorni dopo c'è molto più degli "zombi che corrono"
28 giorni dopo è passato alla storia come “la nascita degli zombi che corrono”, ma nel film di Danny Boyle c’è molto di più
Baciato da un successo inaspettato che gli fece incassare dieci volte il suo limitato budget, salutato da una parte della critica come uno dei migliori rappresentanti del suo sottogenere, 28 giorni dopo ha la sfortuna di venire ricordato principalmente per un motivo, che viene riassunto nella fastidiosa espressione “ci sono gli zombi che corrono”. Non importa che Danny Boyle non lo consideri tale ma citi piuttosto L’orrenda invasione come sua ispirazione primaria; non importa che la parola con la Z non venga mai usata per tutto il film, e che venga messo in chiaro fin da subito che “gli infetti” possono morire di fame, e quindi sono indubbiamente vivi, non morti viventi. Non importa neanche che gli ZCC non siano così male come vengono dipinti dai loro detrattori, e che nel 2002 avesse senso reimmaginare la loro figura in questo modo. Comunque la mettiate, 28 giorni dopo è condannato a venire ricordato perché “è quello con gli zombi che corrono”; eppure ci sarebbero tante altre cose più interessanti da dire sul film di Danny Boyle.
(l’altra versione della post-apocalisse è ovviamente quella Mad Max, nella quale la fine del mondo è stata tanto tempo fa e il mondo come lo conosciamo è definitivamente sparito)
Oppure potremmo parlare del cast: in un road trip nel quale gli incontri con gli infetti sono relativamente pochi e relativamente brevi, il peso dell’empatia cade tutto sulle spalle di Cillian Murphy e Naomie Harris (e in misura minore Brendan Gleeson e Megan Burns), e anche sulla capacità di Alex Garland di scrivere per loro dei personaggi il più tridimensionali possibile, visto che passeranno parecchio tempo a interagire. Murphy è gelido e magnetico come sarà più o meno sempre nei successivi vent’anni di carriera, ma qui ha 26 anni ed è in una versione Trainspotting che gli aggiunge uno strato di vulnerabilità che con gli anni ha un po’ perso; Harris è sempre stata un talento che però per anni ha preferito sguazzare nel cinema di genere divertendosi un sacco, e alla quale è servito Moonlight per farsi notare per davvero. Entrambi i loro personaggi sono descritti con pochi tratti, ma abbastanza suggestivi da permetterci di immaginare la loro backstory e investire emotivamente su di loro – cioè qualcosa che a Garland è sempre venuto bene indipendentemente dal genere affrontato, ma forse mai bene come qui.

Un altro segno dei tempi, e uno dei dettagli più sottovalutati di 28 giorni dopo, è la colonna sonora: lo ripetiamo, era il 2002 e il postrock sembrava dovesse dominare il mondo, e infatti John Murphy compone quello che di fatto è un album che galleggia tra Mogwai, Explosions in the Sky e Godspeed You! Black Emperor (dei quali nel film si sente anche un pezzettino di East Hastings). Potremmo parlare di questo, o di come Alex Garland abbia raccontato che l’ispirazione principale per la sceneggiatura è Resident Evil – il gioco di Capcom, non il film uscito lo stesso anno e che è altrettanto responsabile per la moda degli zombi che corrono. Potremmo discutere se sia o meno il miglior film di Danny Boyle (spoiler: lo è), o se il finale originale sia meglio o peggio dei tre finali alternativi, uno dei quali era talmente estremo che non è mai neanche stato filmato. Potremmo giocare a fare la lista dei film, serie TV e videogiochi che sono stati influenzati da 28 giorni dopo, partendo ovviamente da The Last of Us.
