Jason Statham, impiegato dell'action movie
Jason Statham torna con Mutiny, action B-movie ambientato a Bangkok tra cliché rodati, vendetta su una nave cargo e una geopolitica produttiva sorprendente
Capita a molti eroi del cinema d'azione quel momento in cui la grande popolarità li porta a lavorare ai piani più alti della produzione e poi, qualche tempo dopo, a praticare il B-movie, magari alternando i prodotti. Quello dei film di botte, botti e inseguimenti è un tipo di film che si presta a giocare su fronti diversi, passando dai trionfi globali a quello che un tempo era il cestone del supermercato; a volte, come nel caso di Scott Adkins, non si arriva nemmeno alla gloria, ma si fa dei bassifondi il proprio impero. Altre volte, invece, emergono figure come quella di Jason Statham.
Statham, il ragazzo normale che ha conquistato l'action
Praticante di arti marziali fin da giovane e tuffatore professionista con la nazionale della Gran Bretagna, Statham non è il monolite violento degli eroi anni '80 o l'artista marziale tout court, è un ragazzo più o meno normale (fu questo il motivo per cui lo assunsero come modello, all'inizio degli anni '90), mascolino ma non bodybuilder, faccia e corpo perfetti per il teppista dal cuore d'oro o per il greve scagnozzo. Lo scopre prima di tutti Guy Ritchie in Lock and Stock e Snatch e da lì il salto ad action hero è breve, anche grazie alla sua capacità di effettuare da solo i propri stunt: nel 2002, Luc Besson lo lancia nel genere producendo The Transporter, dieci anni di film di varia natura e livello fino a quando, nel 2013, appare in un cameo in Fast & Furious 6 prima di diventare il cattivo principale del settimo film, restando nella serie fino a oggi e potendo godere di uno spin-off dedicato, Hobbs & Shaw.
A queste produzioni, che con l'età che avanza sono sempre di meno, Statham ha saggiamente affiancato tutto un filone, che potremmo chiamare di B-movie, più semplici produttivamente, più economici e redditizi, venduti in tutto il mondo e distribuiti in sala e, soprattutto, sulle piattaforme streaming di cui sono uno dei bestseller. Soprattutto negli ultimi anni, Statham ha cominciato a sfornare questo tipo di prodotti a cadenza regolare, come un impiegato postale, al ritmo di un paio all'anno, costruendosi anche un cliché recitativo e narrativo che lo aiuta: quello del tizio che si fa gli affari suoi, possibilmente isolato dal mondo dopo una vita di violenza, ma che una minaccia costringe a rivestire i vecchi panni, picchiando e sparando a più non posso. Sono così The Beekeeper, A Working Man, Shelter.
Mutiny: vendetta al minimo sindacale su una nave cargo
Nel suo ultimo film, Mutiny, c'è una piccola variazione: non è un uomo ritiratosi a vita privata, ma è una guardia del corpo ancora in attività a cui ammazzano il capo che lo ha accolto come uno di famiglia. Perciò parte la vendetta che si arena dentro una nave cargo piena di immigrati clandestini. Benché il regista sia un professionista con qualche carta da giocare, ossia Jean-François Richet, Mutiny rappresenta il minimo sindacale del genere, non solo per l'intreccio che è semplice e dritto e va benissimo così, ma soprattutto per la costruzione della suspense e delle premesse dell'azione, che attende per molti minuti e che dedica a Cole – il personaggio di Statham – un preambolo lungo e stucchevole dal ritmo blando. Ciò che interessa allo spettatore, come prevedibile, è quel che accade sulla nave e, al netto di qualche combattimento ben coreografato, certi tocchi di violenza e di un paio di sequenze dignitose, non c'è troppo a cui appassionarsi, ma forse va bene così, data la natura di passatempo del film.
A Jason Statham però siamo sicuri che non importi troppo, apparentemente (Mutiny lo ha anche prodotto, attraverso la sua casa di produzione Punch Palace), e che continuerà a passare da un combattimento a una sparatoria con il piglio di un attore di soap opera, uno che continua a fare giorno dopo giorno un lavoro ripetitivo ma appagante, che non richiede troppe invenzioni, ma solo l'affidabilità di un bravo impiegato, in grado di usare il corpo, al posto della tastiera del computer.