Jim Carrey, il "clown triste" che ha rivoluzionato la commedia americana

Jim Carrey compie 64 anni e, con il suo sorriso e una sana dose di irriverenza, è riuscito a dimostrare che fare commedia è possibile solo se e quando riesci a riflettere e guardarti dentro. Ridere è un modo per scendere a patti con le proprie cicatrici.

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Jim Carrey è un interprete che, a 64 anni, sa ridere della vita. Lo fanno tutti dopo una certa età, forse perché non resta altro da fare, oppure perchè ci si è resi conto che riuscire a esorcizzare le proprie paure vuol dire accettare di vivere più serenamente. Nonostante le cicatrici che abbiamo imparato a portare. Questa lezione Carrey l'ha imparata a proprie spese, quando ha conosciuto la povertà assoluta in gioventù e poi si è ritrovato nell'agiatezza.

In mezzo tanta precarietà: giorni in cui sarebbe stato difficile mettere insieme il pranzo con la cena, serate in cui dormire in macchina non era una follia ma l'unica alternativa possibile al freddo inverno. Un passato che, attualmente, per l'interprete è remoto ma non rimosso. Proprio per questo la sua parabola storica e professionale è sempre stata contraddistinta da grandi folate: prima l'ascesa, poi l'abisso. In una sorta di altalena perenne, dovuta a tanti fattori. Il primo, quello che colpisce chiunque abbia scelto la performance come ragione di vita, la paura di fallire.

L'altra faccia della celebrità

Il fallimento spaventa chiunque, ma quando ti ritrovi in un "frullatore" costante che ti porta dai locali di Los Angeles a un'audizione per il SNL e non si emoziona nessuno, il concetto di flop assume prospettive e ripercussioni diverse. Carrey ha basato tutto, specialmente all'inizio della propria carriera, sulla comicità e la mimica facciale. Veniamo, dunque, al secondo fattore che lo ha portato a vivere momenti di profonda inadeguatezza: la necessità di piacere agli altri. Carrey, infatti, non ha mai fatto l'interprete solo per passione ma perchè aveva capito che poteva sfondare. Era riuscito, dunque, ha trovare quel canale che – secondo lui – avrebbe potuto liberarlo da una precarietà effettiva. Questo era il suo obiettivo iniziale: non patire più le sofferenze che ha dovuto affrontare in gioventù.

Jim Carrey ne Il Grinch (2000)

Un'esigenza tale, però, ha portato a un altro tipo di precarietà: quella emotiva. Carrey non era (il passato non è casuale) mai contento di quello che faceva: viveva una sorta di ansia da prestazione, persino quando sembrava aver raggiunto vette impossibili anche soltanto da immaginare. Un esempio perfetto è quello che le cronache riportano durante le riprese de Il Grinch, tra i suoi ruoli più iconici: Carrey ha sofferto di attacchi di panico continui. Non riusciva a gestire quella maschera e la fama che ne è derivata. Stesso dicasi per Ace Ventura o The Mask. L'interprete aveva il timore di non meritare il successo e la felicità che aveva.

Lo spettro della depressione

Gli sembrava sempre di fare troppo e non essere abbastanza, intrappolato in un TrumanShow – per restare in tema – che cominciava a soffocarlo. Da qui i problemi di depressione e persino qualche sfogo non gradito dai media. L'opinione pubblica, tuttavia, ha saputo accogliere anche i momenti di stanca e smarrimento di uno dei personaggi più eclettici del panorama comico interpretativo americano. Forse mondiale.

Carrey ha imparato, a 64 anni, che ridere della vita è l'unica possibilità che abbiamo perchè ha fatto un viaggio all'inferno ed è tornato indietro. Ritrovando il paradiso. Proprio come quei clown tristi, che passano la vita a ridere e far ridere ma dentro piangono. Una situazione che l'interprete ha raccontato subito dopo la pandemia ma risulta ancora profondamente attuale: "La depressione è stata compagna di vita per lungo tempo, poi – anche grazie alla psicoterapia – ho capito che può bagnarti come la pioggia ma se riesci a rimanere saldo a valori concreti non affoghi".

La trappola di Hollywood

Cosa faceva affogare Jim Carrey? Hollywood. Una metropoli tentacolare, dove c'è lo spettacolo nella sua interezza: le luci, gli applausi, le promesse. Ci sono, però, anche le cadute. I tonfi, i momenti di profonda difficoltà e diffidenza generale. Quelli che non guarda nessuno o, peggio, quelli che conoscono tutti ma snobbano. Aiutare un uomo perso non conviene a nessuno, non fosse altro per una questione scaramantica: se gli è capitato a lui, può succedere anche a me. Allora non va bene, meglio stare separati. Fare finta di non conoscersi, contatti persi, treni passati. Opportunità lasciate andare.

Jim Carrey e Cameron Diaz, The Mask (1994)

Jim Carrey ha imparato a ridere della vita perchè – in più di un'occasione – ha perso e ritrovato sè stesso, da solo (c'erano i terapisti con lui) perchè i complici di un tempo non troppo lontano gli hanno voltato le spalle senza esitazione. Un deserto che l'attore comico ha trasformato in ispirazione, in motore per andare avanti. Benzina contro le avversità più difficili da superare. Quello sguardo, i denti in un modo, le rughe in quell'altro, i versi – apparentemente senza senso – sono come un propulsore per la sana follia. Una specie di training autogeno perenne che consente di buttare via le tossine e proseguire verso prospettive più sane, persino appaganti se si è in grado di ripescare insegnamenti da ogni dettaglio o particolare.

Il regalo più bello

Carrey lo ha fatto e continua a farlo nel modo che conosce meglio: sorride, si disfa, vive con i crampi allo stomaco per rendere buffa qualsiasi situazione. In Italia, in qualche maniera, l'ha detto Benigni: "Fatti credere pazzo, ma mai triste". L'attore canadese fa questo, sia al cinema che in televisione. Trova la battuta migliore, l'uscita più deflagrante. L'espediente umoristico più originale. Dentro ogni atto comico e artistico di Carrey c'è il suo mondo, ogni risata dimostra che dalle ferite più profonde si può guarire. Anche con un pizzico di salvifica incoscienza.

Il giorno del suo genetliaco è un'occasione ulteriore per sottolineare quanto chi sceglie di essere un giullare, sia al cinema che in tv, spesso conviva con un lato oscuro che non rivela mai. Il regalo più grande che la vita è riuscita a fare a Carrey è stato l'averci fatto i conti: ora l'attore canadese è una persona eclettica (lo è sempre stata) ma anche profondamente risolta. Non è poco, anzi forse è davvero tutto e vale più di qualsiasi inchino.

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