Jimmy Bobo – Bullet to the Head, il braccio ultraviolento della legge
Jimmy Bobo – Bullet to the Head è un thriller urbano con sprazzi di western e spruzzi di sangue in grande quantità.
Questo speciale su Jimmy Bobo fa parte della rubrica Tutto quello che so sulla vita l’ho imparato da Sylvester Stallone.
È, e magari ve ne ricorderete perché Jimmy Bobo – Bullet to the Head venne presentato al Festival di Roma alla presenza sia del regista sia del protagonista, una collaborazione tra Stallone e Walter Hill, uno dei più grandi autori del cinema americano moderno che a differenza di tanti suoi omologhi non si è mai tirato indietro quando si trattava di divertirsi senza troppo impegno, di giocare con il genere e con le sue regole senza per forza provare a stravolgerle o rivoluzionarle, ma semplicemente a metterle in scena nel modo più efficace e divertente (nel senso di “che intrattiene”, non per forza di “che fa ridere”) possibile.
Si annuncia, in maniera neanche troppo sottile, come un western urbano: le prime sequenze, ambientate come tutto il film nella fittizia Crescent City e che per atmosfera valgono da sole il prezzo del biglietto, ci parlano di una classica giungla urbana ma la accompagnano con una colonna sonora tipica da vecchio West. In realtà si tratta più che altro di una questione superficiale e puramente estetica: Jimmy Bobo non ha tutte le stimmate del western, è un film di persone più che di paesaggi, non ha nulla a che fare con la solitudine (se non tangenzialmente, e in quel modo che è comune anche a tanti thriller) ed è più che altro quello che potremmo definire un buddy cop andato a male.
E Jimmy Bobo non è una commedia, anzi. È un thriller pieno d’azione e violentissimo, che racconta di fatto la scalata dei due protagonisti alla piramide di potere che controlla Crescent City: prima i pesci piccoli, poi gli intermediari, infine chi comanda, e ha in pugno il controllo dell’intera città. I gradini vengono saliti a pistolettate e calci in faccia, e il tentativo di usare il poliziotto Taylor come contraltare etico del perfettamente amorale Jimmy Bobo funziona fino a un certo punto: oggi Sung Kang è un volto noto e molto amato grazie a Fast & Furious, ma il carisma non è purtroppo retroattivo, e qui il suo viene completamente annullato da quello dei suoi compagni di set.
C’è un Jason Momoa già in versione “villain che si arriccia i baffi” come ultimamente gli capita sempre più spesso, ma non ancora del tutto scatenato; c’è un viscidissimo Christian Slater e un assolutamente impeccabile Adewale Akinnuoye-Agbaje. E soprattutto c’è Sly, che per una volta sembra divertirsi a interpretare quello che non si fa problemi a piantare una pallottola in testa a chiunque senza che questo lo renda un eroe: Jimmy Bobo – Bullet to the Head è un film cinico che ha per la vita umana la stessa considerazione che ha per la sobrietà negli stacchi di montaggio – e stiamo parlando di un film che usa cinque o sei volte delle finte bruciature digitali e una valanga di tendine più old school della faccia di Sly.
Detto tutto questo, Jimmy Bobo – Bullet to the Head non è il film più indimenticabile della carriera di Stallone, anche e soprattutto perché non vuole esserlo. Non arriveremmo a definirlo “modesto”, ma è sicuramente un film conscio dei suoi limiti e dei suoi confini e le cui ambizioni non si estendono oltre i suoi novanta minuti di durata (vi ricordate quando i film non erano tutti lunghissimi?). A volte basta così: non tutti i film hanno l’obbligo morale di essere indimenticabili.