FILM

Kill Bill e la nascita del revenge movie moderno

Con Kill Bill: The Whole Bloody Affair riscopriamo come Quentin Tarantino ha trasformato la vendetta in un linguaggio cinematografico globale.

Condividi

Vendetta.

Quando subiamo un torto grave, le emozioni primarie e istintive che proviamo sono dolore e rabbia. Un calore che monta e ci invade in modo confuso. Ma se quei sentimenti si stabilizzano e decidono di rimanere, allora può nascere qualcosa di più complesso: un processo volto a restituire il dolore provato, a far deliberatamente male a chi lo ha provocato. Vendetta, appunto.

La vendetta come topos narrativo esiste da sempre. È dentro la tragedia greca, passa per Shakespeare, arriva nei western, nei chanbara giapponesi, nei polar francesi e nell’exploitation anni '70. Per molto tempo, al cinema, è rimasto un genere sporco, marginale, spesso brutale, declinato in vari linguaggi.

Ma questo prima di Kill Bill.

Non perché Quentin Tarantino reinventi il revenge movie da zero. Al contrario, come il postmodernismo insegna, Kill Bill è quasi interamente costruito con pezzi di cinema preesistente. Ma quello che riesce a fare Tarantino è trasformare la vendetta in una forma estetica assoluta. Un rituale universale, intriso di musica e mitologia.

Come avremo modo di vedere grazie all’uscita di Kill Bill: The Whole Bloody Affair - nelle sale italiane dal 28 maggio al 3 giugno - la vendetta si eleva, trovando un suo ruolo nella narrativa contemporanea e unendo Occidente e Oriente. Diventando, a tutti gli effetti, linguaggio.

La Sposa e l’Amleto

Emozioni. E allora partiamo dalla struttura emotiva, dal percorso de La Sposa che Tarantino riprende dalla tragedia shakespeariana, in particolare dall’Amleto. Se la vicenda del principe shakespeariano inizia con l’apparizione di un fantasma, qui è la stessa Beatrix Kiddo che ritorna dal regno dei morti. Le conseguenze del massacro ai Two Pines non la eliminano fisicamente, ma a livello identitario. Beatrix non è più Beatrix: ora è La Sposa o il Black Mamba, simboli vendicatori. La vittima assassinata è anche il vendicatore trionfante che apparentemente resuscita e riscrive il passato.

E se di Amleto condivide la profonda solitudine, in lei non c’è una procrastinazione data dal dubbio morale. È lucida e metodica. Compone una lista, simile alle tappe di una Passione affrontata volontariamente. Non c’è esitazione. A capo di quella lista c’è un novello Claudio. Bill è il sovrano assoluto di quel mondo - una realtà altra, differente dalla nostra e con le proprie regole - ma è anche l’amante e la figura paterna che ha creato Beatrix Kiddo, prima di privarla di tutto. Uccidere Bill non è solo un regicidio o un patricidio: è distruggere l’autorità creatrice, un passaggio necessario per portare a compimento un percorso di rinascita.

Esattamente come nell'Amleto con Claudio, lo scontro finale avviene in un ambiente domestico: un salotto, i cartoni animati in TV, una bambina a cui leggere la storia della buonanotte. Ma laddove nelle tragedie classiche l’eroe muore - come catarsi dopo l’avvelenamento morale portato dalla vendetta - con Kill Bill il disegno cambia radicalmente.

In questo caso la catarsi è data dal compimento della vendetta stessa e da un pianto liberatorio finale. La Sposa, al termine di un percorso spirituale e fisico, rinasce nuovamente come Beatrix Kiddo e si riappropria della sua maternità, in un passaggio che sembra suggerire la nascita di una società matriarcale.

Ritualità e spiritualità: il revenge movie come destino da compiere

Beatrix Kiddo compie il proprio viaggio dell’eroe, per certi versi atipico. Ma è tutto il contorno creato da Tarantino a donare una ritualità in grado di originare una vera e propria mitologia. Se non bastassero la lista, gli outfit ricercati e specifici o la liturgia dei singoli scontri, c’è una sequenza che viene in nostro aiuto: il viaggio a Okinawa per incontrare Hattori Hanzo.

La katana, prima di essere uno strumento di morte, è un oggetto sacro. La Sposa deve prima convincere il maestro giapponese a rompere il proprio giuramento, poi attendere pazientemente e, infine, ricevere un’investitura ufficiale. Nasce così l’idea che la vendetta richieda una preparazione spirituale: il revenge movie non è più figlio dell’impulso immediato, ma un destino da compiere con sacralità e strumenti divini.

La ricerca estetica: la vendetta diventa linguaggio

Infine, il lavoro sul linguaggio cinematografico. Da questo punto di vista il debito più grande è nei confronti di Lady Snowblood. Non solo per la divisione in capitoli, divenuta poi centrale nel cinema tarantiniano, ma per tutta la costruzione estetica. Tarantino guarda a Fujita, oltre che nelle citazioni dirette, nella gestione cromatica e nella ricerca di una generale eleganza. Come nel cinema chanbara, il sangue schizza per distanziare lo spettatore dal reale.

Il dolore diventa arte, permettendo al revenge movie – spesso legato a un realismo sporco - di elevarsi. Diventa una danza, legata a doppio filo a una colonna sonora tanto narrativa quanto donatrice di coolness. Così la vendetta acquisisce un suo codice visivo e si trasforma in pura performance, slegata dallo spazio e dal tempo.

Oggi i revenge movie, dalla matrice del protagonista alle soluzioni visive utilizzate, sono tutti figli di Kill Bill. È forse l’esempio più puro di come Tarantino, in veste di autore postmoderno, sia in grado di unire la citazione alla creazione di un universo che segue regole proprie. Una lezione che siamo pronti a studiare di nuovo con il tanto atteso Kill Bill: The Whole Bloody Affair, in sala dal 28 maggio al 3 giugno.

Continua a leggere su BadTaste