FILM

La buona madre del cinema

Dal mito della madre perfetta al ritratto di donne libere e imperfette: il cinema smonta stereotipi e racconta una maternità politica, conflittuale e ancora oggi giudicata quando sfugge alle regole. Tutto nel sesto appuntamento di L'ha diretto una femmina.

Condividi

Uno degli effetti del male-gaze al cinema è stato il racconto di una maternità stereotipata dove la donna-madre non era mai un essere tridimensionale rappresentato in tutta la sua umanità e con le sue contraddizioni, ma una figura sacrificale, presenza rassicurante, centro morale della famiglia. Per decenni, il racconto cinematografico ha privilegiato una rappresentazione idealizzata, in cui l’essere madre coincideva quasi automaticamente con la rinuncia a sé, con la cura incondizionata e con una forma di amore naturale, istintivo, privo di ambivalenze. La madre era il luogo della stabilità emotiva, oppure il simbolo di una perdita da elaborare (in quasi tutti i Classici Disney la mamma non c’è), ma mai un soggetto complesso dotato di desideri autonomi, contraddizioni o zone d’ombra.

Con l’evoluzione del cinema moderno e soprattutto grazie allo sguardo di registe e autrici, questa immagine si è progressivamente incrinata e poi evoluta. La maternità ha iniziato a essere raccontata non solo come esperienza biologica o ruolo sociale, ma come spazio conflittuale, politico e identitario.

Film come We Need to talk about Kevin di Lynne Ramsay, ma anche La figlia Oscura di Meggie Gyllenhaal, passando per Mommy di Xavier Dolan e Tully di Jason Reitman,  hanno mostrato madri stanche, ambivalenti, imperfette, talvolta incapaci o riluttanti, mettendo in discussione l’idea che la maternità debba coincidere con un modello unico di femminilità.

Ci sono stati addirittura degli horror che si sono serviti del genere per indagare cosa significhi essere madri nella società odierna e Babdaook di Jennifer Kent e Nightbitch di Marielle Heller sono film che andrebbero fatti vedere durante gli incontri dei gruppi pre-parto. Negli ultimi anni per nostra fortuna il cinema è diventato un luogo privilegiato per interrogare il rapporto tra maternità e libertà, tra desiderio individuale e aspettative collettive. Perché raccontare la maternità sullo schermo significa anche raccontare il modo in cui una società immagina le donne, ciò che concede loro, ciò che pretende, e ciò che punisce quando una madre devia dall’ideale culturalmente accettato.

Love me tender di Ana Cazenave Cambet

Dopo essere stato presentato lo scorso anno nella sezione Un Certain Regard del Festival di Cannes, Love me Tender arriva in sala per raccontare proprio il calvario di una madre che la società vuole punire, perché non rientra nei canoni patriarcali interiorizzati e così difficili da scardinare. Clémence ha un ex marito dalla quale non ha nemmeno mai sentito il bisogno di divorziare dato il buon rapporto che li lega. I due hanno un figlio, di cui si dividono equamente l’affido e si vogliono ancora bene. Ma tutto cambia quando la donna svela all’ex compagno di avere una relazione con un’altra donna; dopo la confessione l’uomo interrompe con lei ogni rapporto e assume un avvocato per ottenere la custodia esclusiva del figlio.

Quello messo in scena da Ana Cazenave Cambet non è solo un dramma familiare, ma il racconto di come la società ancora oggi faccia di tutto per continuare a regolamentare il corpo, la sessualità e la maternità delle donne. La protagonista non è la classica “brava mamma”, è una donna con i suoi limiti, un’artista libertina, stratificata e complessa, che non fa nulla per risultare “simpatica”. È se stessa, ed è per essere se stessa che viene punita. 

Il marito non riesce ad accettare la sua voglia di autodeterminazione, il suo costante rivendicar di essere libera e autonoma, e quello che potrebbe essere l’intro di qualsiasi femminicidio - dove il movente è sempre la volontà di sottomettere - qui prende la forma di una battaglia legale in cui l’ex marito usa il sistema legale per delegittimarla come genitore. Lo spettatore comprende subito che non è la capacità materna a essere sotto processo, ma la deviazione della donna dalle norme di genere. La custodia del figlio diventa uno strumento disciplinare e la regista riesce benissimo a mettere in scena una misoginia istituzionale che colpisce le donne quando escono dai ruoli previsti. 

Anche l’amore tra donne è raccontato con grande equilibrio, le relazioni lesbiche della protagonista non sono idealizzate, non sono un elemento “esotico”, perché manca del tutto il male-gaze che troppo spesso ha trasformato l’amore tra donne in una fantasia estetizzata pensata solo per lo sguardo maschile (La vita di Adele ne è un grande e orribile esempio). La macchina da pressa non tratta mai Clémence da oggetto erotico, la sessualità non è spettacolarizzata ma un gesto intimo, quotidiano. La protagonista di Love me tender non cera approvazione, non accetta di cambiare, rimane coerente a se stessa nonostante la fatica della lotta, che è appena iniziata. 

Continua a leggere su BadTaste