La casa dalle finestre che ridono: quando Pupi Avati portò l’orrore sul delta del Po
Cinquant’anni dopo la sua uscita, torna in sala La casa dalle finestre che ridono grazie a CGTV e Cat People. L’incubo padano diretto da Pupi Avati ha terrorizzato una generazione, spostando l’orrore dal grande centro urbano al piccolo paesino di provincia.
In La casa dalle finestre che ridono la quiete del paese diventa un ingrediente fondamentale per costruire il folklore. Comacchio, paesino della bassa padana situato sul delta del Po, si trasforma in una terrificante bolla da cui è impossibile fuggire, e quando Stefano (Lino Capolicchio) viene assunto per restaurare un affresco del misterioso pittore Buono Legnani, si ritrova immerso in un incubo sotto la luce del sole. La costruzione dell’orrore nel film di Pupi Avati passa dalla provincia, dalle dinamiche quotidiane che la vita fuori dai centri urbani possiede — con tutti che conoscono tutti, con le voci che girano e le storie che vengono raccontate — e dal tempo che sembra fermarsi, ripetersi, senza mai andare avanti.
Il folklore assume così il suo stato più primordiale, connesso alle leggende locali e alla follia che diventa fonte d’ispirazione nell’opprimente contesto territoriale italiano.Il folk horror nel nord Italia
La pellicola di Pupi Avati, scritta in collaborazione con Antonio Avati, Gianni Cavina e Maurizio Costanzo, ha avuto il merito di proiettare un genere — con le sue atmosfere e i suoi canoni — in un’area geografica inesplorata. Avati crea il gotico padano basandolo sulle “favole contadine” e sui racconti ascoltati nell’infanzia dai suoi parenti, dalle persone che hanno vissuto in quella terra. Prima del film di Avati, il folklore è sempre stato un argomento maggiormente connesso al Sud Italia - partendo dagli studi antropologici di Ernesto De Martino (Sud e Magia, La terra del rimorso), arrivando a quel filone soprannominato il “mezzogiorno giallo” che affonda le sue radici nel folklore del meridione.
Non si sevizia un paperino (1972) di Lucio Fulci e I corpi presentano tracce di violenza carnale (1973) di Sergio Martino sono due degli esempi più noti di questa tendenza, avviata dal primo grande film italiano basato sul folklore del Sud: Il demonio (1963) di Brunello Rondi.Le agonie come fonte d'ispirazione
Le immagini del martirio di San Sebastiano, con la voce in estasi di Legnani che racconta la sua ossessione per i colori, aprono il film e rivelano subito la direzione che la pellicola di Avati prenderà. La casa dalle finestre che ridono è anche un horror sull’arte e sugli artisti, con il pittore che nelle agonie degli esseri umani riesce a trovare la sua fonte d’ispirazione e i suoi modelli perfetti da poter ritrarre.
La figura di San Sebastiano, martire per aver sostenuto la sua fede, diventa simbolo del credo nell’arte di Legnani. Si costituisce una creazione del culto sulla figura del pittore, come nei confronti dei santi. E, come in ogni culto che si rispetti, anche quello di Legnani possiede i suoi fedeli, impersonificati dalle terrificanti sorelle del pittore e dai paesani complici dell’incubo.
Quando eravamo i re del brivido
Il ritorno in sala del film, nella versione 4K, non può che farci scendere una lacrima nostalgica per un cinema di cui eravamo maestri e che adesso non siamo più capaci di replicare con la stessa forza. Negli ultimi anni le intrusioni nell’horror del cinema italiano sono state sporadiche e produttivamente casuali (il migliore nell’ultima stagione è stato indubbiamente La valle dei sorrisi di Paolo Strippoli, capace di riprendere le atmosfere avatiane e trasportarle nella contemporaneità). La casa dalle finestre che ridono è perfettamente inserito negli anni del grande exploit del cinema di genere italiano, in cui oltre al thriller/horror, anche nel poliziottesco riuscivamo a fare la voce grossa.
Il film di Avati, attraverso un finale sconvolgente nella sua dimensione perturbante, attacca — come spesso nel cinema del regista bolognese — le figure di potere, l’ipocrisia clericale e l’omertà provinciale, con finestre che vengono chiuse, sguardi che si rivolgono verso la parte opposta e urla sfumate nell’aria. Era il cinema italiano che sconvolgeva il pubblico, terrorizzandolo attraverso la sua vicinanza alla vita vera e quotidiana, nonostante i racconti che abbracciavano le atmosfere fantastiche e gotiche.
Per tre giorni in sala abbiamo la possibilità di tornare a rivivere la magia di un'opera che definiva un intero genere, che proprio per la sua efficacia torna più potente che mai.