FILM

La Casa: un franchise per giovani registi?

Analizziamo l'evoluzione della saga ideata da Sam Raimi e la sua rinnovata natura horror con i progetti più recenti: un terreno sperimentale per nuovi autori?

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Sono passati quarantacinque anni dal primo capitolo della saga ideata da Sam Raimi, e il franchise de La casa non ha mai smesso di scommettere sui giovani registi. Nel 1981, un quasi esordiente e sconosciuto studente di cinema (aveva diretto un unico lungometraggio di 70 minuti, mai distribuito nella sale) dirigeva un horror realizzato con una piccola crew composta da amici e studenti (tra cui Joel ed Ethan Coen) e con meno di 400.000 dollari di budget. La casa (Evil Dead) sarebbe presto diventato il manifesto dell’horror artigianale, del cinema fatto in casa con il gusto del divertimento e il fascino dell’arrangiarsi produttivamente. Dopo il grande successo di pubblico, Sam Raimi ha girato altri due capitoli: La casa 2 (1987) e L’armata delle tenebre (1992), senza dimenticare il pilot dello spin-off televisivo Ash vs Evil Dead (2015), con il ritorno di Bruce Campbell nel ruolo del protagonista.

Il franchise è tornato al cinema nel 2013 con La casa, reboot diretto dall’esordiente Fede Álvarez, regista uruguaiano che prima del grande passo cinematografico aveva realizzato soltanto cortometraggi. Sam Raimi in produzione decise di piazzare la scommessa, cercando linfa nuova in un regista sconosciuto (come lo era lui nel 1981) e affidandogli un progetto scivoloso: il ritorno sul grande schermo di uno degli universi cinematografici più amati della storia dell’horror. Nel suo reboot - il più fedele al capitolo originale, sia per crudeltà visiva che per impostazione narrativa - il regista modifica il genere del protagonista, settando lo standard proseguito nei capitoli successivi. Da Bruce Campbell nel ruolo di Ash Williams si passa alla final girl interpretata da Jane Levy, elemento che tornerà anche nei successivi film (e reboot) del regista uruguaiano. Il film incassa poco meno di 100 milioni di dollari a fronte di un budget di appena 17, lanciando la carriera di Álvarez che avrebbe poi diretto due capitoli della saga Millennium e Alien: Romulus.

Ci sono voluti dieci anni - con la parentesi televisiva di Ash vs Evil Dead - prima di rivedere il franchise sul grande schermo. La casa - Il risveglio del male, diretto da Lee Cronin, è il primo capitolo di una nuova trilogia: il regista scelto da Raimi e dalla produzione è irlandese, ha nella sua filmografia un unico lungometraggio (Hole - L’abisso) e mette subito in mostra le sue capacità registiche. Sfortunatamente il film non ha rispettato le promesse iniziali, risultando più come un ostinato tentativo di citare L'Esorcista di Friedkin. Cronin utilizza l’elemento retrò del vinile come tramite per connettere il mondo dei vivi con quello dei morti attraverso il leggendario Necronomicon: un’idea narrativa che ricorda quella di Rob Zombie e del suo Le streghe di Salem (2012), confermando una forte identità cinefila. Non è un caso che il suo capitolo della saga sia il più citazionista, quello con più riferimenti ai cult che hanno segnato la storia dell’horror.

A Lee Cronin verrà poi consegnata la regia di un altro universo cinematografico, che necessitava di un rilancio dopo il disastroso capitolo del 2017. Lee Cronin – La Mummia è il tentativo di affermazione autoriale nell’horror da parte del regista (che inserisce la sua firma all’interno del titolo del film, inusuale per il cinema contemporaneo e soprattutto per il cinema di genere). Il risultato è modesto, con una pellicola che fa di tutto per legittimare una personalità registica, ma che è sovrapponibile ai tanti horror firmati dall’universo produttivo della Blumhouse.

La casa - il rogo del male, nelle sale italiane dall’8 luglio con Eagle Pictures, è il secondo capitolo della nuova trilogia e alla regia c’è un altro regista europeo, Sébastien Vaniček. Classe 1989, francese, al suo secondo lungometraggio (ha esordito nel 2023 con Vermin, un monster movie ambientato nelle banlieu francesi, con una grande portata sociale). Il suo è il capitolo più politico della saga: il franchise resta fedele a se stesso con le basi costituite dal sangue, dalle uccisioni fantasiose e dallo splatter con la parvenza più artigianale possibile, ma Vaniček decide di affiancare a tutto questo anche la tossicità della mascolinità e delle relazioni sentimentali, l’identità familiare classista e la distruzione della centralità americana.

Nel film di Vaniček domina una fotografia dai colori desaturati, a differenza della trilogia originale diretta da Sam Raimi e dai capitoli di Álvarez e Lee Cronin. La casa - il rogo del male sembra per impostazione visiva un film della new wave dell’horror francofono dei primi anni 2000. La durezza delle immagini non può però avvicinarsi a quelle di quel tipo di cinema: la violenza, coerentemente con la saga, continua a essere fumettosa e sopra le righe, eppure le tematiche sociali inserite dal regista francese ampliano gli orizzonti impostati dai registi dei capitoli precedenti. Il Necronomicon viene messo da parte, non è più un elemento fondamentale per connettere il bene al male. Nel film di Vaniček l’orrore è intrinseco agli abusi psicologici e fisici dei rapporti di coppia, di classe, di identità nazionale (USA vs Francia) e di elitaria costituzione familiare. Il punto di riferimento è ovviamente Brian Yuzna con il suo Society, ma il regista francese guarda (e cita anche) i Radio Silence e il cinema di genere moderno costruito sulle tematiche sociali contemporanee.

Fede Álvarez, Lee Cronin e Sébastien Vaniček: un esordiente totale e due registi al secondo lungometraggio (ma al debutto nel cinema statunitense). Soprattutto, tre registi provenienti da tre differenti Paesi, cinematografie e background professionali. Il rapporto tra la saga de La casa e i giovani registi si connette allo spirito iniziale del franchise, con il coraggio di affidare la gestione di un lungometraggio a chi non aveva particolare esperienza. Con Sam Raimi in produzione, Evil Dead ha sempre puntato sui giovani registi per rinnovare il proprio universo. Tendenza proseguita anche da altri franchise orrorifici, come Omen o Non aprite quella porta (che non a caso ha affidato la regia del prossimo capitolo a Curry Barker, regista horror del momento dopo il fenomeno Obsession).

I recenti incassi del cinema horror americano confermano che la direzione produttiva che ripaga è quella di puntare su giovani registi capaci di rinnovare il cinema di genere attraverso le ossessioni e le paure contemporanee. Il franchise de La casa (indipendentemente dalla qualità dei singoli capitoli) ha sempre mostrato coraggio e intraprendenza nella scelta, non scontata, di affidarsi alle nuove voci dell’horror. Non sarà il padre di una tendenza, ma di certo ne è stato un precursore.

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