FILM

La musica di Velluto blu: i misteri dell’amore e la fine dell’innocenza

40 anni fa esordiva al cinema Velluto blu, capolavoro neo-noir firmato da David Lynch: analizziamo lo spiazzante connubio fra romanticismo e inquietudine espresso dalle canzoni del film.

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Un cielo azzurro e, in primo piano, rose rosse che ondeggiano al vento, davanti a una staccionata bianchissima: la prima inquadratura di Velluto blu, subito dopo i titoli di testa, è l’indelebile immagine di apertura di uno degli incipit più celebri nella storia del moderno cinema americano. Sulla canzone del titolo si susseguono i ralenti di frammenti di vita quotidiana di una cittadina del North Carolina, la fittizia Lumberton, con le sue schiere di villette dai giardini fioriti; in una di queste, un uomo è intento ad annaffiare il prato, mentre all’interno sua moglie beve una tazza di tè mentre guarda un vecchio film noir alla televisione. Per un minuto esatto, David Lynch ci dipinge un perfetto ritratto dell’idillio suburbano: un’America che non esiste più o che forse non è mai esistita, al di là di un immaginario alla Norman Rockwell.

Ma è proprio a questo immaginario che il regista del Montana avrebbe fatto riferimento per il quarto lungometraggio della propria carriera, realizzato a due anni di distanza dalla fallimentare operazione di Dune. Distribuito il 19 settembre 1986 negli Stati Uniti, una settimana dopo la sua presentazione al Festival di Toronto, Velluto blu si sarebbe imposto non solo come uno dei capolavori assoluti degli ultimi quarant’anni, ma come un’opera fondamentale nella definizione della poetica di David Lynch, anticipando temi e suggestioni della rivoluzionaria serie televisiva Twin Peaks e avviando quella personalissima rielaborazione del neo-noir proseguita con Strade perdute e Mulholland Drive. «Ho cominciato a raccogliere idee per il film nel 1973, ma era tutto molto vago», avrebbe dichiarato Lynch; «Avevo soltanto una sensazione e un titolo».

«She wore blue velvet»: l’incanto notturno della sirena di Lumberton

E quel titolo, rimarcato dal design degli splendidi titoli di testa, proviene da Blue Velvet, un altro tassello del ridente affresco di un’epoca ormai lontana. Incisa per la prima volta da Tony Bennett nel 1951, Blue Velvet sarebbe diventata un successo ancora maggiore nel 1963 nella versione cantata da Bobby Vinton: la stessa ripresa da Lynch per la sequenza iniziale del suo film omonimo, a cui da allora sarebbe stata inesorabilmente associata. Ed è un brano che funge quasi da madeleine proustiana, con versi che evocano una notte più azzurra del velluto, in cui la luce delle stelle appare più soffice del raso: una visione sospesa fra un romanticismo sognante e un passato cristallizzato nella nostalgia. Tanto più forte risulta dunque il contrasto con la seconda parte del prologo, quando il signor Beaumont viene colpito da un ictus, la macchina da presa si inoltra tra i fili d’erba e la voce di Bobby Vinton viene soffocata da un inquietante tappeto sonoro.

La melodia di Blue Velvet ritornerà più tardi, nel corso del racconto, quando a intonarne i versi sul palco di un night club sarà Dorothy Vallens, impersonata da una conturbante Isabella Rossellini. In piedi davanti a un sipario rosso e avvolta da soffuse luci azzurre, con quella voce delicata che accarezza le note con languida sensualità, Dorothy incarna un nuovo archetipo di femme fatale: è la donna misteriosa che, con il sottile incanto della sua performance, introduce emblematicamente il protagonista, il giovane Jeffrey Beaumont di Kyle MacLachlan, in una realtà altra, al contempo seducente e pericolosa. Quella realtà in cui, di lì a poco, Jeffrey oserà addentrarsi, penetrando di nascosto nell’appartamento di Dorothy per poi spiarla attraverso le fessure di un armadio, nella scena più iconica del film.

«I close my eyes, then I drift away»: il lungo viaggio verso la notte

In quello stesso 1963 che avrebbe assistito alla consacrazione del disco di Bobby Vinton, a occupare le classifiche pochi mesi prima di Blue Velvet sarebbe stata anche la ballata In Dreams, scritta e registrata da Roy Orbison, il crooner del rock’n’roll. È la canzone ‘richiesta’ da Frank Booth, il sadico villain che ha il volto di Dennis Hopper, al suo compare Ben, breve ma memorabile ruolo affidato al veterano Dean Stockwell, nella folle notte in cui Jeffrey sarà trascinato suo malgrado nel sottobosco criminale di Lumberton. «A candy-colored clown», ordina Frank, citando il primo verso della canzone, mentre la cassetta di Roy Orbison viene inserita nello stereo e Ben si esibisce in uno straniante lip sync: una sequenza musicale che segna una delle incursioni di Velluto blu nei territori del surrealismo (e che riporta alla mente il playback di Llorando di Rebekah Del Rio in Mulholland Drive).

Mentre Blue Velvet sembrava condurci per mano in un’America da cartolina degli anni Cinquanta e Sessanta, in una presunta “età dell’innocenza”, In Dreams produce un contrasto che non potrebbe essere più stridente: se nella prima strofa un clown dai colori pastello sparge polvere di stelle e ci sussurra «Go to sleep, everything is alright», al contrario il “lungo viaggio verso la notte” che si consuma nel film non potrebbe essere più spaventoso e brutale. Dopo lo spettrale cabaret in casa di Ben, la canzone verrà suonata una seconda volta durante il violento confronto tra Jeffrey e Frank: «In dreams, I walk with you/ In dreams, I talk to you», ripete quest’ultimo, con il volto rabbioso e insanguinato a pochi centimetri da quello di Jeffrey. Il perverso fascino di Velluto blu, e per estensione del cinema di Lynch, deriva pure da qui: dalla sovrapposizione fra dolcezza e orrore, in un abbraccio mortale fra sogno e incubo.

«And the mysteries of love come clear»: aspettando i pettirossi

L’ossessione voyeuristica di Jeffrey, il suo morboso rapporto con Dorothy Vallens e l’incontro con Frank Booth scandiscono la simbolica perdita dell’innocenza del protagonista: la presa d’atto dei propri lati oscuri e la dolorosa constatazione del Male come parte della natura umana (una tematica sviluppata da David Foster Wallace nel meraviglioso saggio David Lynch non perde la testa, incluso nella raccolta Tennis, TV, trigonometria, tornado). Ma a mantenerlo aggrappato alla sua innocenza, a una dimensione familiare e rassicurante, è la Sandy Williams di una diciannovenne Laura Dern: una figura ‘angelicata’ contrapposta alla fallen woman Dorothy Vallens di Isabella Rossellini. E l’affiorare del sentimento tra Jeffrey e Sandy sarà accompagnato dalla voce celestiale di Julee Cruise in Mysteries of Love, in un passaggio anche simbolico dai brani melodici del passato al soave dream pop (genere squisitamente anni Ottanta, eppure quasi fuori dal tempo) di Angelo Badalamenti.

Fedelissimo collaboratore di Lynch proprio da Velluto blu in poi (come non ricordare le sue musiche per la colonna sonora di Twin Peaks?), Badalamenti compone Mysteries of Love per il romantico ballo fra i due ragazzi, una scena per la quale in prima battuta Lynch avrebbe voluto usare la cover di Song to the Siren cantata da Elizabeth Fraser nell’incisione dei This Mortal Coil (Song to the Siren troverà poi il suo posto in Strade perdute). La partitura onirica di Mysteries of Love si riaffaccia nell’epilogo del film, mescolandosi al cinguettio degli uccelli fra gli alberi. «È uno strano mondo, è vero?», chiosa Sandy, mentre lei e Jeffrey contemplano un pettirosso sul davanzale, con un insetto stretto nel becco, e alle immagini dell’incipit (i fiori, le staccionate) si aggiunge l’abbraccio tra madre e figlio. «Sometimes a wind blows/ And the mysteries of love come clear»: i misteri dell’amore si dischiudono, l’idillio si ricompone, tornano i petterossi... benché, forse, l’oscurità sia ancora annidata tra i fili d’erba.

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