La politica al cinema
Un viaggio nel cinema politico, dalla stanza dei bottoni americana alla Russia di Putin, tra paranoia, satira e potere, fino a Il mago del Cremlino e alla messa in scena dei meccanismi del comando.
Entrare nella stanza dei bottoni. È un modo di dire, una frase fatta che indica il luogo in cui si prendono le decisioni, soprattutto quelle politiche. Un’espressione che dà anche l’idea di uno spazio inaccessibile, in cui entrare è impossibile, se non addirittura proibito a chi non fa parte delle élite. Proprio per questo è uno dei luoghi in cui la letteratura e il cinema amano infilarsi, usando la fantasia, l’ombra del complotto oppure cercando di raccontare al pubblico la verità di quel luogo, provando a mostrarne i meccanismi.
È proprio l’inaccessibilità di quella stanza dei bottoni a rendere il racconto della politica così adatto al mistero e alla suspense, come dimostrano i migliori film che, nel corso della storia, hanno raccontato i suoi meccanismi senza ricadere necessariamente nel biografico. Tra gli anni ’60 e ’70, mentre la temperatura delle battaglie civili cresceva, c’era aria di rivoluzione e Hollywood si preparava a cambiare le proprie regole del gioco, nascono una serie di film carichi di tensione, perfetti specchi dei tempi.
Il più celebre di tutti è probabilmente Tutti gli uomini del presidente di Alan J. Pakula, che racconta lo scandalo Watergate e le colpe del presidente Nixon dal punto di vista dei giornalisti – gli indimenticabili Robert Redford e Dustin Hoffman – dando vita a un meccanismo narrativo fondato sulla paranoia che definirà il cinema di quegli anni.
Ma una decina d’anni prima il terreno della paranoia (fanta)politica lo aveva preparato un maestro poco raccontato come John Frankenheimer che, tra il ’62 e il ’64, affrontò la Guerra fredda con due opere eccellenti come Va’ e uccidi e Sette giorni a maggio, in cui la paura della bomba atomica e lo spauracchio comunista costruiscono storie tesissime. Qui il rapporto tra fantascienza (un complotto per “ipnotizzare” le persone e spingerle a compiere omicidi politici) e politica distopica (un colpo di Stato per sabotare il disarmo nucleare) è strettissimo.
Meno riuscito, ma spettacolarmente molto efficace, Black Sunday immagina che Settembre Nero colpisca gli Stati Uniti come aveva fatto a Monaco nel ’72 – e se non sapete cosa avvenne, recuperate Munich, uno dei film più belli dello Spielberg maturo.
Su tutti, però, svetta Il dottor Stranamore, uno dei film più grandi di un regista che ha fatto solo grandi film, Stanley Kubrick: nella sua visione acre e grottesca, la fine del mondo non è un pericolo, ma un’ipotesi, una possibilità di cui discutere proprio nella stanza dei bottoni – la meravigliosa War Room concepita dallo scenografo Ken Adam – che riunisce i rappresentanti di un’umanità già morta.
Quella di Kubrick è una sferzata satirica mai vista prima, perché fino agli anni ’50 la satira, il modo più “semplice” e vendibile di parlare di politica al cinema, era più moderata, composta o talmente generica da risultare bipartisan. Il suo campione indiscusso fu Frank Capra che, nelle sue commedie popolari e genuinamente populiste, raccontava il potere politico e quello mediatico mostrando il peso che avevano sul popolo, che dovevano servire e di cui si servivano.
Tra i suoi eredi possiamo citare Ivan Reitman con Dave – Presidente per un giorno, ancora Spielberg con The Post e soprattutto Aaron Sorkin. Uno dei più grandi sceneggiatori hollywoodiani in attività ha portato il racconto del lavoro politico a un livello altissimo di complessità, ricchezza narrativa e precisione dei meccanismi, grazie a un senso dei dialoghi portentoso. Non vi diremo qui (e invece sì, ve lo diciamo) di guardare The West Wing, la sua serie capolavoro, ma basterebbe una commedia apparentemente romantica come Il presidente – Una storia d’amore, diretta dal compianto Rob Reiner, per dimostrarne il talento.
Storia a sé fa Charlie Chaplin, attivissimo politicamente, schierato nella vita e nei film quando farlo era una follia – che infatti gli costò l’“esilio” dagli Stati Uniti. Mostrò il lato osceno del capitalismo in Tempi moderni e l’ipocrisia degli USA in Un re a New York, ma nell’immaginario collettivo resta soprattutto il suo Hitler che, ne Il grande dittatore, fa volare il mondo prima che gli esploda in mano. Nel 1940 la soluzione finale era ancora sconosciuta all’opinione pubblica, ma Chaplin seppe anticipare con umorismo feroce e lirico insieme le conseguenze della follia politica.
Tra questi, il più popolare e probabilmente il più importante è Paolo Sorrentino, autore insieme al sodale Toni Servillo di un trittico – Il divo, Loro e La grazia – che parla del potere prima ancora che della sua gestione: la politica come potere divino da amministrare (Giulio Andreotti), come capitale da investire o sperperare (Silvio Berlusconi), come responsabilità impossibile da sostenere (il fittizio Mariano De Santis, ispirato a Napolitano e Mattarella). A questo si aggiungono le due serie papali, The Young Pope e The New Pope. La politica moderna e contemporanea del nostro Paese è tutta lì.
Per questo appare strano, ma non lo è affatto, che sia stato un italiano, Giuliano da Empoli, a raccontare una figura centrale e spaventosa come Vladimir Putin, cogliendone le radici non solo politiche ma soprattutto mediatiche. Prima con il fascismo, poi con il berlusconismo, l’Italia è stata spesso un laboratorio di tendenze che hanno – purtroppo – fatto scuola in Europa e nel mondo. Anche di questo parla Il mago del Cremlino.