FILM

L’anno 0 dell’era Tarantino

In occasione della storica uscita al cinema di Kill Bill: The Whole Bloody Affair, vediamo come l’opera abbia creato un prima e un dopo nel cinema del regista statunitense.

Condividi

Quando abbiamo visto la prima volta, più di venti anni fa, il primo volume di Kill Bill abbiamo pensato che fosse il parco giochi di Quentin Tarantino, il luogo cinematografico in cui potesse sfogare le sue passioni fregandosene di tutto, anche, forse, dei giudizi del pubblico. Quando poi, qualche mese dopo, abbiamo visto la seconda parte, ci è invece apparso chiaro che quell’opera non era un giocattolo dorato, era un percorso cinematografico, era un viaggio dentro la propria cinefilia da cui Tarantino è un uscito un regista diverso, forse migliore. E ora che per la prima volta nella storia possiamo vedere la versione integrale Kill Bill: The Whole Bloody Affair, nelle sale solo dal 28 maggio al 3 giugno, ne abbiamo la conferma.

Il quarto film di Tarantino è uno spartiacque nella carriera del cineasta del Tennessee: fino a quel momento, con i suoi primi tre film (Le iene, Pulp Fiction e Jackie Brown, a cui aggiungiamo il segmento del film a episodi Four Rooms), il regista si era mosso nell’alveo del cinema indipendente, lavorando su dialoghi strepitosi, su una calibratissima costruzione della struttura narrativa, lavorando con le citazioni e i riferimenti come un tappeto su cui edificare vere e proprie cattedrali, in cui più che la tensione, l’azione o l’intreccio contavano le atmosfere e il mood, un’aura che nasce senza sforzo da personaggi e situazioni più che dalle trovate puramente visive, nelle quali la frammentarietà diventa elemento che paradossalmente unifica.

Kill Bill invece è un’esplosione che sembra cambiare radicalmente gli elementi alla base dello stile del nostro, molto differente da quello degli epigono che lo hanno travisato, come Guy Ritchie o Robert Rodriguez: tutto viene estremizzato e portato al parossismo, i pezzi del racconto non sono più tessere di un puzzle ma sequenze di una serie, ciò che nei film passati restava inesploso o inespresso qui esplode. Succede con le rutilanti e meravigliose sequenze d’azione, coordinati dal maestro Yuen Woo-Ping, con la stilizzazione dei colori e la monumentalità dei movimenti di camera, con le luci e i colori gestiti dal genio di Robert Richardson, gli omaggi cinefili al mondo del cinema di arti marziali, da kung fu al chanbara fino ai film sulla yakuza, passando per le musiche italiane degli anni ’60 e ’70, sono espliciti, evidenti, chiedono al pubblico di indovinarli, tra uno spruzzo di sangue e l’altro.

Al contrario i dialoghi si ritraggono, diventano frasi taglienti ironiche che puntellano il lauto pasto filmico, permettendo così a Tarantino di concentrarsi, le digressioni tarantiniane, come quelle storiche su Like a Virgin di Madonna o gli hamburger in Europa sono praticamente assenti, se non nel meraviglioso finale. Un finale che è il punto di arrivo di una metamorfosi d’autore praticamente vista in tempo reale: Kill Bill parte come un fuoco d’artificio ispirato all’Oriente e approda al western di Sergio Leone e al tex-mex, si scatena prima con combattimenti furiosissimi e poi, in un rallentando dei ritmi che è pure uno straordinario crescendo emotivo, mostra una capacità imprevedibile di scavare nei sentimenti, nelle emozioni dei personaggi e degli spettatori.

L’ultimo capitolo, Faccia a faccia, che dura praticamente una delle quattro ore abbondanti dell’intero, maledetto affare, è splendido e seducente in ogni suo elemento, rivela e testimonia la somma maestria raggiunta da uno dei più rilevanti autori contemporanei, ed è tutto in sottrazione, al contrario di quanto accadeva prima, così da sottolineare i dettagli: i gesti degli attori, l’inflessione delle loro voci, la delicatezza della loro mimica, la cura con cui tutto questo porta al calor bianco una storia d’amore tragica e vitale come i migliori melodrammi. È forse, questo finale unito alla sequenza in cui Beatrix risorge dalla bara, la cosa più bella mai realizzata, scritta, pensata da QT.

Che da quel momento in poi non sarà più, soltanto, il regista Pulp, l’eroe del postmoderno ludico, ma diventerà un regista di straordinaria perizia, di concentrazione e altezza geniali: basti pensare all’incipit di Bastardi senza gloria, purissima regia, tensione che scava dentro le pieghe della Storia, o il Kammerspiel spietato di The Hateful Eight che racconta gli USA come in pochissimi sono riusciti a fare. Ma sarebbe sufficiente anche Death Proof, che smonta la serie B e l’exploitation più becera e prende le misure di una radicalità cinematografica memorabile.

Con Kill Bill, Tarantino è diventato un regista grande, maturo, ricco e complessissimo, nel viaggio all’inferno della Sposa si specchia quello del regista per tirare fuori il meglio di sé. Assistere a questo processo in tempo reale è stato un privilegio che oggi possiamo tornare a vivere sul grande schermo dal 28 maggio al 3 giugno con Kill Bill: The Whole Bloody Affair, la versione come l’aveva concepita sin dall’inizio: un’unica, travolgente esperienza cinematografica completa e integrale.

Continua a leggere su BadTaste