Le famiglie di Hirokazu Kore’eda: chi si somiglia, si piglia?
Pochi autori della sua generazione hanno saputo raccontare i legami familiari al grande pubblico contemporaneo come il cineasta vincitore della Palma d’Oro, presto nelle sale con Look Back.
Cosa significa essere una famiglia? Quali sono le coordinate, razionali e non, per poterne rintracciare l’identità? In un Giappone contemporaneo che continua con evidente fatica a emanciparsi dall’adesione a norme sociali più o meno conservatrici, l’opera di Hirokazu Kore’eda non cerca risposte a tali quesiti, non scava alla ricerca di verità agevoli. Coscienziosamente, sapendo di non poterle trovare, o almeno di non poter emettere sentenza perentoria e conciliante, data la natura mutevole, labile, sfumata degli affetti e dei rapporti. Del concetto stesso di famiglia, costrutto da erodere e svincolare dall’ordine prestabilito, dal precetto stereotipato: un’idea interrogata e ribaltata – quasi leitmotiv di un certo cinema dell'era Hesei – con malinconica quiete, laddove le severe prefigurazioni sociali appaiono mistificate dall’economia, dai dissidi tanto di genere quanto generazionali.
Una determinazione, quella dell’idea di famiglia, che si fa strada attraverso sguardi eterogenei, che differiscono per età, esperienze, ambizioni: l’occhio libero e permeabile del bambino (centrale sin dal primo documentario, Lessons from a Calf) che, per contrasto, diventa riflesso dell’inettitudine affettiva e gestionale degli adulti, ancora alla ricerca di sé e rappresentanti di una generazione che ha disatteso le aspettative dei padri; così come questa si scontra con la saggia consapevolezza della terza età. Figure che influenzano e si lasciano influenzare, sopraffatte dalle tempeste fortuite che l’esistenza scaglia sadicamente sul loro cammino, ma non per questo dome.
Il nucleo parentale, così, lungi dall’essere corpo unico e coeso, non può godere di una prospettiva corale univoca e allineata, poiché l’insieme non sembra poter sussistere se privato delle sue soggettività (e difatti non è raro lo sviluppo attraverso differenti punti di vista, si pensi a L’innocenza e alla sua modulazione dell'intreccio memore del modello rashōmoniano), localizzabili non nella dichiarazione manifesta ma nella ricognizione dei singoli io.
Si è detto e si dirà di una visione priva di retorica e giudizio condizionante – eco dell’esperienza, mai sopita, da documentarista – ma pare finanche palpabile, l’urgenza del regista nipponico di mostrare il quotidiano da un punto di vista ravvicinato, privilegiato, per fare affiorare l’altra faccia della medaglia, ossia le sue ipocrisie, la teatralizzazione del rituale vacuo, codificato e, per certi versi, artificioso, in direzione di una messa in discussione del codice patriarcale – in particolar modo lo ie (家), il sistema familiare gerarchico tradizionale – o di ciò che ne resta. Da questa angolazione, più di ogni altra analogia epidermica, pare puntuale l’associazione con i connazionali Naruse o Gosho (ma più genericamente nello shoshimin-eiga á la Ozu) e il Neorealismo, tradotto alla luce del proprio tempo: un percorso di ricerca antropologica nel quale poter innestare un coacervo di crisi e speranze del e nel Giappone del nuovo millennio, proiettato in avanti ma trattenuto dalle proprie radici.
Le famiglie di Kore’eda, quindi, come parterre di attori sociali sfaccettati, che si attraggono e respingono, che rinegoziano continuamente il filo che li lega, che lottano contro le inadempienze altrui e il fato beffardo, nel tentativo di costruire (e ricostruire) armonie ora del gruppo ora delle singolarità afferenti.
Un cinema popolato da figure sovente ai margini, dimenticate o costrette a fingere di essere qualcun altro per sopravvivere, che solo attraverso l’esperienza solidale trovano sé e infondono nuovo significato a quello stesso insieme, scegliendosi per amarsi, farsi compagnia, persino sfruttarsi. Famiglie, dunque, come soggetto-oggetto non monolitico ma flessibile (lo sconvolgimento dello status quo e di ciò che sembrava certo in Father and Son), qualcosa che cambia insieme ai suoi membri e si riscrive. Archivio delle memorie, talvolta dolorose, multiforme e contenente, nel suo caos, sia microuniversi autonomi che emotività interdipendenti. Una comunità determinata più dal suo interno che dagli stimoli periferici dai quali è minacciata.
Quella di Hirokazu Kore'eda non è la proposta di un modello alternativo statico ma un’affermazione di transitorietà, di parentela come prodotto delle responsabilità quotidiane, non definita da linee genealogiche e in costante pulsazione. Perché, in fondo, si può essere una famiglia con chi, dove e quando si vuole. Anche per poco, il tempo di un fuoco d’artificio, di un pranzo al mare, di una passeggiata fuori porta.