Linklater alla ricerca del tempo perduto

Richard Linklater e il tempo: da Boyhood alla trilogia Before fino a Nouvelle Vague, il cinema come vita che scorre e memoria che diventa presente

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Una delle più celebri citazioni sul cinema è di Jean Cocteau, poeta francese e regista di stampo surrealista: «Il cinema è la morte al lavoro sugli attori». Quella forma espressiva che ha rivoluzionato il Novecento era un modo per dare forma al tempo e, di conseguenza, ai suoi segni visibili. Per Richard Linklater, invece, il cinema è spesso la vita al lavoro: il concetto è lo stesso, lavorare con il tempo che scorre e con la Storia, vederne l’effetto sulle persone, tanto quelle che recitano quanto coloro che guardano.

Il cinema come vita che scorre: la lezione di Linklater

Il regista statunitense arriva nelle sale italiane con Nouvelle vague, un film che racconta come Jean-Luc Godard, nel 1959, riuscì a realizzare Fino all’ultimo respiro, uno dei capolavori che sconvolsero le regole del cinema, attorniato da una banda di amici – critici a loro volta, divenuti registi epocali come François Truffaut, Jacques Rivette, Claude Chabrol – e dal magnifico direttore della fotografia Raoul Coutard, oltre a mentori come lo stesso Cocteau. Un film che racconta il cinema come opera collettiva e, al tempo stesso, sforzo personale; che ricorda soprattutto la gioia della creazione, la vitalità della condivisione su un set con persone con cui trascorrere un po’ di tempo o il resto della vita.

In questa immersione in un’altra epoca, Linklater riconferma il proprio feeling prediletto con il tempo: le ricognizioni del passato o di un presente che la pellicola un tempo, e oggi i pixel digitali (ma Nouvelle vague è girato in pellicola monocroma e immaginato come una commedia francese del periodo), non smettono di interrogare. Il tempo non si arrende a divenire immortale: ha bisogno di scorrere e di farsi futuro.

Boyhood, 12 anni di riprese per raccontare una vita

Il più clamoroso lavoro in tal senso è Boyhood, annoverato tra i film più importanti del secolo in corso, che racconta la crescita di un bambino dai 6 ai 19 anni, fino alla conquista dell’indipendenza con il college. La particolarità straordinaria è che Linklater non ha usato attori diversi per le varie fasi della vita di Mason, ma ha girato un po’ ogni anno per mostrare la crescita naturale di Ellar Coltrane e l’invecchiamento senza make-up di Patricia Arquette e Ethan Hawke, i genitori del ragazzo. L’effetto è quello di una vita che scorre sotto i nostri occhi, che mostra crepe e rughe e che, già solo nel suo mostrarsi, scuote il cuore del pubblico.

Altro esperimento simile è la trilogia Before: Prima dell’alba, Prima del tramonto e Prima di mezzanotte. Tutto parte nel 1995, quando il regista racconta l’incontro tra due giovani, lui statunitense, lei francese, che si conoscono su un treno per Vienna e decidono di passare la giornata insieme, prima che un altro treno, la mattina dopo, li separi. Come nasce un sentimento? In cosa consiste l’innamoramento? Pochi film hanno saputo raccontarlo con la stessa grazia di questo dialogo ininterrotto tra Hawke e Julie Delpy.

La trilogia Before e l’amore in tempo reale

Il primo film si chiude con un appuntamento fissato sei mesi dopo, di cui non sapremo l’esito fino a nove anni più tardi, con Prima del tramonto: Jesse, sposato e con un figlio, arriva a Parigi per presentare un libro in cui racconta proprio la sua vicenda con Céline; lei si presenta e trascorre una giornata con lui, prima della partenza. Ancora una sospensione, e altri nove anni d’attesa prima di Prima di mezzanotte: Jesse è rimasto a Parigi, ha sposato Céline e hanno due figlie, ma durante una vacanza in Grecia il loro amore vacilla.

Come in Boyhood, Linklater sembra voler rispettare lo scorrere naturale del tempo, osservare come agisca sui volti e sui corpi degli attori. Ma, a differenza del film del 2014, in cui il tempo è evidente e condensato, nella trilogia sceglie il tempo reale per capire come gli anni agiscano sul cuore di chi guarda. L’effetto è struggente: mai come in quel caso loro, sullo schermo, siamo anche noi. Non abbiamo solo vissuto una storia attraverso di loro: per quei 18 anni trascorsi, siamo loro.

Dal passato al presente: come Linklater rende viva la Storia

C’è poi un altro tempo che interessa al regista: un tempo fuori dalla vita e dentro la Storia. In Nouvelle vague, come in La vita è un sogno o The Newton Boys, Linklater rilegge il passato togliendogli la polvere, rendendolo vivo e presente. Anche quando si avventura nella distopia animata di A Scanner Darkly, il suo sguardo cerca sempre di rendere “oggi” ciò che è dislocato nel tempo storico o fantastico.

Dietro al dittico La vita è un sogno e Tutti vogliono qualcosa, che racconta la vita nei college tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli ’80, c’è la capacità di trasformare i colori e i segni distintivi di un’epoca in elementi emotivi capaci di parlare allo spettatore contemporaneo. Ancora più radicale è il lavoro fatto con Apollo 10 e mezzo, in cui il ricordo autobiografico dell’allunaggio del ’69 viene restituito attraverso l’immaginazione di un bambino, con l’animazione che rende il passato un presente vibrante.

E poi c’è il passato del cinema, che non è mai davvero passato, perché il cinema è l’arte che ha fermato il tempo. Lo sa Orson Welles, protagonista di Me and Orson Welles; lo sanno i tre ex marines di Last Flag Flying, ideale dialogo con L’ultima corvé. E lo sa soprattutto Godard in Nouvelle vague, per cui il cinema non è morte al lavoro, ma verità ripetuta 24 volte al secondo: un tempo così minimo da sembrare infinito.

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