L’orrore come atto creativo: l’immaginario oscuro di The Nameless Ballad tra The Well e Dylan Dog
L’ispirazione diventa minaccia con The Nameless Ballad, in uscita il 5 novembre, dove Federico Zampaglione torna all’horror e incontra Dylan Dog attraverso la collaborazione con Barbara Baraldi.
Dylan Dog suona il clarinetto. E tra tutti i brani possibili torna ostinatamente sul Trillo del diavolo di Giuseppe Tartini. Con scarsi risultati, a sentire Groucho. Una composizione che, secondo il celebre racconto del musicista, sarebbe nata da un sogno: il diavolo in persona gli avrebbe eseguito una sonata meravigliosa, impossibile da riprodurre con la stessa bellezza una volta sveglio. Ci prova comunque. Quello che rimane è musica. Bellissima musica, la più bella che abbia mai composto. Ma anche la frustrazione di aver ascoltato qualcosa di irraggiungibile.
Il peso della prossima canzone
Siamo abituati a raccontare l’ispirazione come un momento felice. Un’intuizione, qualcosa che un secondo prima non esiste e che improvvisamente prende forma. Ha a che fare con la creazione e di conseguenza con qualcosa che noi colleghiamo al divino. Molto meno affascinante è l’attesa: il tempo trascorso a cercare un’idea. Magari scartarla, domandarsi imparanoiati se quella precedente fosse stata solo un caso fortunato. Un fan assomiglia in alcuni momenti a quel qualcuno che ti permette di esistere. E se, quel qualcuno, si aspetta un disco, il vuoto diventa una scadenza. Un debito.
È un’ansia che Zampaglione può osservare da una posizione particolare. Con The Nameless Ballad è lui stesso a mettere in comunicazione questo film, il suo lavoro da regista e la sua carriera musicale con i Tiromancino. «Pur affondando nel soprannaturale, questo è probabilmente il mio film più personale, perché è ispirato al mio lavoro di musicista e cantante», ha spiegato. Personale, appunto. Che non significa autobiografico: sarebbe piuttosto arbitrario cercare una corrispondenza tra le dipendenze di Sam e la vita del suo autore. Significa però riconoscere un’esperienza da cui partire, quella di chi ha fatto della creatività un mestiere e conosce la pressione di doverla ritrovare.
The Well: sotto la superficie del quadro
Per ritrovare l’arte al centro di un incubo di Zampaglione basta tornare al suo film precedente. In The Well, Lisa Gray, interpretata da Lauren LaVera, arriva in un piccolo borgo italiano per restaurare un dipinto medievale danneggiato da un incendio. Un incarico professionale la conduce dentro una storia di maledizioni, prigionia e violenza. Il lavoro sul quadro procede mentre il luogo rivela ciò che nasconde. Il rimando a La casa dalle finestre che ridono viene abbastanza naturale. Anche nel film di Pupi Avati un restauratore si avvicina a un’opera e, attraverso di essa, a un orrore che coinvolge il mondo circostante. Riportare alla luce un’immagine significa esporsi a ciò che l’ha generata. Il restauro, con tutta la sua pazienza e precisione, diventa un’attività pericolosissima.
Zampaglione porta questa premessa dentro un immaginario più apertamente feroce. In The Well convivono il dipinto antico, la dimora aristocratica e la brutalità del sotterraneo: un’organizzazione dello spazio che il regista ha descritto come una storia su due livelli, sopra e sotto. La superficie da contemplare e quello che viene tenuto lontano dallo sguardo. Il confronto con The Nameless Ballad permette allora di individuare una continuità più precisa del semplice ritorno alla casa infestata. Lisa deve recuperare un’opera esistente; Sam deve riuscire a comporne di nuove. Entrambi entrano in un luogo per lavorare, portando con sé competenze e ambizioni che diventano il punto di contatto con l’orrore.
Barbara Baraldi e la familiarità con l’incubo
Il legame con Dylan Dog, intanto, ha un nome preciso. Barbara Baraldi, sceneggiatrice e curatrice della serie Bonelli dal 2023, ha scritto The Nameless Ballad insieme a Zampaglione. Un incontro che mette in comunicazione due percorsi già abituati a frequentare il perturbante. Sarebbe riduttivo cercare questa parentela soltanto nelle apparizioni, nelle stanze buie o in una possibile somiglianza tra mostri. La creatura di Tiziano Sclavi ha costruito il proprio rapporto con i lettori anche attraverso un protagonista vulnerabile, attraversato da fobie e da un passato di alcolismo. Un uomo che si occupa delle paure altrui senza avere risolto le proprie.
È questo l’evidente terreno d’incontro. In Dylan Dog il dolore di una persona può occupare un’intera storia, modificare la percezione della realtà, convivere con qualcosa di impossibile. Sam, naturalmente, affronta l’incubo da una posizione diversa: è colui che avrebbe bisogno di aiuto. La sua difficoltà a distinguere le presenze dalle ossessioni lo rende un possibile abitante di quell’universo, qualcuno che potremmo immaginare davanti alla porta di Craven Road.
Dare una forma a ciò che spaventa
C’è infine una tensione nel progetto che vale la pena tenere aperta. Sam cerca nella musica una possibilità di ripresa, mentre il film nasce dalla scelta di Zampaglione di portare nell’horror una parte della propria esperienza musicale. Il personaggio e il regista si avvicinano allo stesso problema da due lati diversi. Per l’autore, trasformare un’ansia in una storia significa poterle assegnare un luogo, dei corpi, delle conseguenze. Renderla visibile. Per il protagonista, quella stessa trasformazione è la minaccia: ciò che lo tormenta acquista una presenza da cui diventa impossibile prendere le distanze.
L’orrore come atto creativo sta anche in questa contraddizione. Nella possibilità di usare le proprie ossessioni per costruire qualcosa, senza avere la certezza di riuscire poi a governarlo. The Well ci conduceva davanti a un quadro che sarebbe stato più prudente lasciare com’era. The Nameless Ballad mette al centro un musicista che ha bisogno di continuare. Noi, nel frattempo, aspettiamo la prossima canzone. Creditori e quindi parte del problema. The Nameless Ballad arriva al cinema il 5 novembre.