L'ultima missione - Project Hail Mary: Ryan Gosling nello spazio tra scienza, ironia e amicizia

Un insegnante, lo spazio e una missione impossibile: Project Hail Mary trasforma la fantascienza in un racconto ironico e umano. Con Ryan Gosling, tra scienza, amicizia e sopravvivenza, il film di Lord e Miller riscrive le regole dello sci-fi contemporaneo.

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Quando, all’inizio del 2020, il romanziere e programmatore statunitense Andy Weir terminò il manoscritto del romanzo L’ultima missione: Project Hail Mary, lo inviò direttamente a Ryan Gosling, chiedendogli di valutare non solo il ruolo da protagonista ma anche quello di produttore. La storia di un insegnante di scienze delle medie che un giorno si sveglia su un’astronave con il compito di salvare la Terra dallo spegnimento del Sole è, effettivamente, una premessa tragicomica che calza a pennello con le capacità attoriali di Gosling e il suo spessore divistico. Il suo essere insieme un corpo comico e drammatico, capace di alternare espressioni cartoonesche e goffaggine slapstick alla serietà espressiva e minimalista del dramma d’autore, lo rendeva per Weir la scelta più naturale. E così, quando Gosling ricevette il copione, lo lesse tutto d’un fiato e ne fu talmente entusiasta da adoperarsi lui stesso per far realizzare il film a tutti i costi.

Diretto da Phil Lord e Christopher Miller (Piovono polpette, The Lego Movie, produttori degli ultimi due Spider-Man animati della Sony), L’ultima missione: Project Hail Mary si distingue dai classici sci-fi spaziali e dal loro catastrofismo eroico nel mettere in scena la celebrazione — sopra ogni altra cosa — non del sacrificio del singolo, ma dell’ingegno e dell’amore per la scoperta scientifica, intesa come processo prima ancora che come risultato collettivo. Perché, se a dare il nome a una scoperta è spesso un singolo (come la minacciosa Linea Petrova che incombe nella storia), il film ci fa capire quanto l’eroismo più virtuoso sia quello di chi lavora insieme agli altri, in squadra. E quanto, a dare un senso a tutto — anche alla salvezza stessa — sia avere qualcuno con cui condividere il lavoro, le gioie e i dolori, anche (o forse soprattutto) quando si è diversi e apparentemente distanti.

Gosling si era già misurato con la fantascienza spaziale in First Man (2018) di Damien Chazelle, film sull’allunaggio in cui interpretava un Neil Armstrong che, al contrario, si prendeva estremamente sul serio e che — forse non a caso — fu un mezzo fiasco di pubblico. Questo accadeva subito dopo il successo strepitoso di un musical invece pieno di autoironia come La La Land (2016). Andy Weir è invece la stessa mente da cui proveniva The Martian (L’uomo di Marte), un altro romanzo sci-fi diventato un celebre adattamento cinematografico, diretto poi con grande e serio trasporto epico dal blockbuster futurista di Ridley Scott; quel film vedeva in Matt Damon il suo campione dell’umanità, portatore di tutta un’altra carica attoriale rispetto a Gosling — decisamente più drammatica e classicamente eroica.

Per quanto abbia una premessa narrativa di un livello drammatico allucinante, L’ultima missione: Project Hail Mary non solo è un film estremamente positivo e ottimista (e tale può esserlo anche un dramma), ma possiede il ritmo, l’uso del sonoro e del montaggio, la recitazione e, in generale, i meccanismi propri della commedia e dell’animazione. Di Phil Lord e Christopher Miller ritroviamo la capacità “animativa” di immaginare spazi a 360 gradi, in ogni senso di profondità e prospettiva (come il punto di vista alieno, i diversi tipi di proiezione e riproduzione della realtà su schermi e dispositivi), l’umorismo sonoro (dall’uso comico del silenzio dello spazio alla modulazione delle voci), la messa in scena di corpi umani e non secondo metafisiche impossibili. Ma anche la capacità di far coesistere toni opposti, il dramma nella commedia e viceversa, creando quello che è, a tutti gli effetti, un buddy movie su sfondo fantascientifico più che un film di fantascienza con una storia d’amicizia.

Con due navicelle spaziali, un tunnel e una sola grande dinamica di interazione tra Gosling e un suo alter ego animatronico — che per dolcezza e spirito d’impresa ricorda proprio WALL·E, emblema dell’amore tra esseri che non condividono né lingua né biologia —, il film mette al centro dell’universo pochi metri quadri e un personaggio riluttante e autoironico: un outcast con le All Star ai piedi e la battuta sempre pronta anche nelle situazioni più tragiche, che nega fino in fondo le proprie capacità salvo poi trovare la forza nel momento in cui qualcuno decide di credere in lui.

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