Manhunter: 40 anni fa l’esordio di Hannibal Lecter al cinema
Nel 1986 Manhunter, il rivoluzionario thriller di Michael Mann, portava per la prima volta sullo schermo il personaggio di Hannibal Lecter, serial killer geniale quanto diabolico.
È uno spazio angusto, spoglio e totalmente bianco quello in cui Will Graham fa il suo ingresso per incontrare il dottor Hannibal Lecktor: un breve dialogo in cui i due uomini sono separati unicamente dalle sbarre della cella del manicomio criminale nel quale è rinchiuso lo psichiatra serial killer. Sono trascorsi venti minuti dall’inizio di Manhunter quando il protagonista del film, un profiler dell’FBI interpretato da William Petersen, si ritrova a fronteggiare la propria nemesi, un personaggio a cui, poco prima, era stato fatto un rapido ma sinistro riferimento: «Lecktor uccise nove persone, mi sembra. So che ti ha lasciato un grazioso ricordo sulla faccia…». Graham liquida la frase in maniera sbrigativa, ma da lì a poco sarà lui stesso a decidere di parlare con Lecktor, «per schiarirmi le idee».
Lo sfortunato cult di Michael Mann e la “prima volta” di Hannibal
Intitolato Manhunter anziché Red Dragon per evitare sovrapposizioni con un altro thriller prodotto da De Laurentiis l’anno prima, L’anno del dragone di Michael Cimino, il film di Michael Mann fatica a conquistare l’attenzione degli spettatori in un’estate dominata invece da Stand by Me di Rob Reiner e La mosca di David Cronenberg. Ci vorranno diversi anni prima che Manhunter possa essere riscoperto e rivalutato come merita; nel frattempo Mann, che fra il 1992 e il 1995 realizza L’ultimo dei Mohicani e Heat – La sfida, si è conquistato un posto fra i grandi cineasti della sua generazione, ma intanto è accaduto anche qualcos’altro: nel 1991 Jonathan Demme scrive un capitolo fondamentale nella storia del genere thriller con Il silenzio degli innocenti, acclamatissima trasposizione di un altro romanzo nato dalla penna di Thomas Harris.
A fare da trait d’union tra il sottovalutato film di Michael Mann del 1986 e il capolavoro di Jonathan Demme, che cinque anni più tardi registra trenta milioni di spettatori negli USA (a fronte dei poco più di due milioni di Manhunter) e si aggiudica cinque premi Oscar, è proprio la figura di Hannibal Lecter, resa indimenticabile dalla magistrale prova d’attore di un raggelante Anthony Hopkins. Ispirato al serial killer Alfredo Ballí Treviño, incontrato molto tempo prima da Harris in un carcere messicano, grazie a Il silenzio degli innocenti Hannibal entra a pieno diritto nell’immaginario collettivo: un’icona orrorifica alla quale lo stesso Hopkins tornerà a prestare il volto in due occasioni (Hannibal, 2001, e Red Dragon, 2002), a cui faranno seguito un prequel del 2007 con Gaspard Ulliel e, operazione ben più interessante, la serie TV Hannibal, trasmessa fra il 2013 e il 2015, con Mads Mikkelsen nel ruolo dello psichiatra cannibale.
«Odora te stesso»: lo sguardo dentro l’abisso
Sul piano narrativo, Hannibal svolge una funzione analoga nel romanzo Red Dragon (e quindi in Manhunter) e ne Il silenzio degli innocenti: solletica le inquietudini di Will e Clarice mentre li guida sulle tracce dei rispettivi antagonisti, ma al contempo nasconde una segreta corrispondenza con il serial killer di turno (prima Dente di Fata, poi Buffalo Bill). Per quanto riguarda invece la costruzione delle immagini, la distanza con il futuro Hannibal del film di Demme non potrebbe essere più netta: se la Clarice di Jodie Foster dovrà inoltrarsi in un tenebroso sotterraneo gravido di orrori, con il dottor Lecter che emerge dalla penombra con la sua sardonica maschera luciferina, il territorio del confronto fra Graham e Lecktor non è permeato da quell’esplicito senso di minaccia. Al contrario è uno spazio ‘neutro’, dominato non a caso dal bianco, la cui apparenza più realistica non preclude però la possibilità di una valenza simbolica.
La cella di Hannibal Lecktor, per Will, è anche un ideale “luogo della mente”: una finestra dell’io in cui il profiler, colui che possiede la ‘maledizione’ dell’empatia con la psiche dei criminali, ha l’occasione di fissare un suo mostruoso alter ego. «Tu lo sai perché mi hai catturato? Mi hai catturato perché siamo della stessa razza, io e te», è la provocazione lanciata da Hannibal mentre Will, in preda al panico, si abbandona a una fuga forsennata lungo i sinuosi corridoi del manicomio; «Vuoi ritrovare il tuo fiuto? Odora te stesso». È il silenzioso pensiero che, per tutto il film, non cessa di ossessionare il protagonista: la consapevolezza di un lato oscuro che gli permette di combattere il Male, proprio poiché è in grado di comprenderlo, ma in parallelo lo allontana dalla rassicurante ‘normalità’ rappresentata dalla sua famiglia.