Manhunter: 40 anni fa l’esordio di Hannibal Lecter al cinema
Nel 1986 Manhunter, il rivoluzionario thriller di Michael Mann, portava per la prima volta sullo schermo il personaggio di Hannibal Lecter, serial killer geniale quanto diabolico.
È uno spazio angusto, spoglio e totalmente bianco quello in cui Will Graham fa il suo ingresso per incontrare il dottor Hannibal Lecktor: un breve dialogo in cui i due uomini sono separati unicamente dalle sbarre della cella del manicomio criminale nel quale è rinchiuso lo psichiatra serial killer. Sono trascorsi venti minuti dall’inizio di Manhunter quando il protagonista del film, un profiler dell’FBI interpretato da William Petersen, si ritrova a fronteggiare la propria nemesi, un personaggio a cui, poco prima, era stato fatto un rapido ma sinistro riferimento: «Lecktor uccise nove persone, mi sembra. So che ti ha lasciato un grazioso ricordo sulla faccia…». Graham liquida la frase in maniera sbrigativa, ma da lì a poco sarà lui stesso a decidere di parlare con Lecktor, «per schiarirmi le idee».
È il 15 agosto 1986 quando nei cinema americani debutta Manhunter, quarto lungometraggio diretto da Michael Mann, il terzo destinato alle sale (il suo esordio del 1979, La corsa di Jericho, era un TV movie trasmesso dalla ABC). All’epoca Mann, nato a Chicago, classe 1943, è noto in primo luogo come produttore esecutivo di Miami Vice, serie poliziesca in onda dal 1984 con grandi consensi di critica e di pubblico. Sull’onda di questo successo Dino De Laurentiis sceglie di affidargli (dopo il rifiuto di David Lynch) l’adattamento di Red Dragon, romanzo pubblicato nel 1981 dallo scrittore Thomas Harris: al centro della trama, la caccia a un maniaco omicida soprannominato Dente di Fata (in originale Tooth Fairy, la “fatina dei denti”), che ha sterminato due famiglie penetrando nelle loro abitazioni nelle notti di luna piena e si sta preparando a uccidere ancora.Lo sfortunato cult di Michael Mann e la “prima volta” di Hannibal
Intitolato Manhunter anziché Red Dragon per evitare sovrapposizioni con un altro thriller prodotto da De Laurentiis l’anno prima, L’anno del dragone di Michael Cimino, il film di Michael Mann fatica a conquistare l’attenzione degli spettatori in un’estate dominata invece da Stand by Me di Rob Reiner e La mosca di David Cronenberg. Ci vorranno diversi anni prima che Manhunter possa essere riscoperto e rivalutato come merita; nel frattempo Mann, che fra il 1992 e il 1995 realizza L’ultimo dei Mohicani e Heat – La sfida, si è conquistato un posto fra i grandi cineasti della sua generazione, ma intanto è accaduto anche qualcos’altro: nel 1991 Jonathan Demme scrive un capitolo fondamentale nella storia del genere thriller con Il silenzio degli innocenti, acclamatissima trasposizione di un altro romanzo nato dalla penna di Thomas Harris.
A fare da trait d’union tra il sottovalutato film di Michael Mann del 1986 e il capolavoro di Jonathan Demme, che cinque anni più tardi registra trenta milioni di spettatori negli USA (a fronte dei poco più di due milioni di Manhunter) e si aggiudica cinque premi Oscar, è proprio la figura di Hannibal Lecter, resa indimenticabile dalla magistrale prova d’attore di un raggelante Anthony Hopkins. Ispirato al serial killer Alfredo Ballí Treviño, incontrato molto tempo prima da Harris in un carcere messicano, grazie a Il silenzio degli innocenti Hannibal entra a pieno diritto nell’immaginario collettivo: un’icona orrorifica alla quale lo stesso Hopkins tornerà a prestare il volto in due occasioni (Hannibal, 2001, e Red Dragon, 2002), a cui faranno seguito un prequel del 2007 con Gaspard Ulliel e, operazione ben più interessante, la serie TV Hannibal, trasmessa fra il 2013 e il 2015, con Mads Mikkelsen nel ruolo dello psichiatra cannibale.Ma nell’estate di quarant’anni fa, è appunto Manhunter a introdurre per la prima volta il pubblico a questo personaggio che per Will Graham, così come poi anche per Clarice Starling, si colloca in una posizione indefinita fra un villain e una sorta di oscuro mentore. Ribattezzato Lecktor nel thriller di Mann, Hannibal viene affidato al quarantenne scozzese Brian Cox, attivo fino ad allora solo in teatro e televisione (e conosciuto oggi in particolare per il suo ritratto di Logan Roy, il patriarca della serie Succession). Il suo unico faccia a faccia con il Will Graham di William Petersen occupa in tutto quattro minuti, la metà della durata complessiva della sua presenza sullo schermo: l’Hannibal di Brian Cox comparirà infatti solo in altre due scene, e in entrambi i casi al telefono, nell’immobilità coatta di quella cella dal rigoroso minimalismo.
«Odora te stesso»: lo sguardo dentro l’abisso
Sul piano narrativo, Hannibal svolge una funzione analoga nel romanzo Red Dragon (e quindi in Manhunter) e ne Il silenzio degli innocenti: solletica le inquietudini di Will e Clarice mentre li guida sulle tracce dei rispettivi antagonisti, ma al contempo nasconde una segreta corrispondenza con il serial killer di turno (prima Dente di Fata, poi Buffalo Bill). Per quanto riguarda invece la costruzione delle immagini, la distanza con il futuro Hannibal del film di Demme non potrebbe essere più netta: se la Clarice di Jodie Foster dovrà inoltrarsi in un tenebroso sotterraneo gravido di orrori, con il dottor Lecter che emerge dalla penombra con la sua sardonica maschera luciferina, il territorio del confronto fra Graham e Lecktor non è permeato da quell’esplicito senso di minaccia. Al contrario è uno spazio ‘neutro’, dominato non a caso dal bianco, la cui apparenza più realistica non preclude però la possibilità di una valenza simbolica.
La cella di Hannibal Lecktor, per Will, è anche un ideale “luogo della mente”: una finestra dell’io in cui il profiler, colui che possiede la ‘maledizione’ dell’empatia con la psiche dei criminali, ha l’occasione di fissare un suo mostruoso alter ego. «Tu lo sai perché mi hai catturato? Mi hai catturato perché siamo della stessa razza, io e te», è la provocazione lanciata da Hannibal mentre Will, in preda al panico, si abbandona a una fuga forsennata lungo i sinuosi corridoi del manicomio; «Vuoi ritrovare il tuo fiuto? Odora te stesso». È il silenzioso pensiero che, per tutto il film, non cessa di ossessionare il protagonista: la consapevolezza di un lato oscuro che gli permette di combattere il Male, proprio poiché è in grado di comprenderlo, ma in parallelo lo allontana dalla rassicurante ‘normalità’ rappresentata dalla sua famiglia.
In questo thriller a suo modo rivoluzionario, e poco apprezzato allora forse anche per il suo essere così straordinariamente innovativo e moderno, i tormenti di Will si rispecchiano in quelli del ‘mostro’, lo spaventoso e dolente Francis Dollarhyde incarnato da Tom Noonan, che occupa gran parte della seconda metà del film. Se il nucleo di Manhunter risiede dunque nella dicotomia fra Graham e Dollarhyde, fra il cacciatore e il killer, Hannibal non può rubare la scena: da qui la sua presenza ridotta (un terzo rispetto ai venticinque minuti in scena di Anthony Hopkins), l’omissione del cannibalismo e soprattutto l’interpretazione fredda e misurata di Brian Cox. Il suo Lecktor, privo della maligna teatralità di Hopkins, deve rimanere un tarlo nella coscienza di Will: non uno spauracchio in sé, ma la voce insinuante che, dall’altro capo del telefono, ci ricorda cosa accade a chi scruta troppo a lungo nell’abisso.