Miriam si sveglia a mezzanotte, quarant’anni di culto e incomprensioni
Miriam si sveglia a mezzanotte è un esordio di un’eleganza incredibile e con una visione potentissima, che al tempo non fu capito (e pure oggi…)
Miriam si sveglia a mezzanotte compie quarant’anni: uscì in Italia il 12 agosto 1983, dopo essere stato presentato a Cannes
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Il senno di poi, per esempio, ci dice che sono rarissimi i registi che all’esordio hanno già un controllo così totale di tutta la grammatica del cinema. Certo, Tony Scott era aiutato dalla lunga gavetta in TV, dove però aveva per anni diretto soprattutto pubblicità; ma è proprio questa origine spuria uno dei segreti di Miriam si sveglia a mezzanotte, che è prima di tutto un’esperienza visiva e che è relativamente poco interessato alla continuità narrativa classica. Tutto quanto in Miriam richiama il mondo della TV e dei commercial: le luci esagerate ai confini dell’espressionismo, le inquadrature sbilenche, il montaggio che sacrifica la linearità in favore della libera associazione di immagini e idee.
È un film con pochissimi dialoghi “tradizionali”, sia in termini di scrittura sia di messa in scena: scarseggiano i primi piani classici (utilizzati soprattutto per i monologhi interiori) e gli altrettanto tipici campo-controcampo che appiattiscono le immagini facendoci concentrare sulle parole. Quello che si dicono Miriam, John e Sarah non è mai importante quanto il come se lo dicano: Miriam si sveglia a mezzanotte è un film di non detti e di sguardi, di impressioni e suggestioni. È già tutto spiegato e illustrato nella sequenza iniziale, con un’esibizione live dei Bauhaus che si mescola a flash del passato, del presente e forse anche del futuro, in un flusso unico che mantiene solo una vaga parvenza di linearità: una sorta di dichiarazione d’intenti, un modo per annunciare che quello che sta per cominciare non è il solito film di vampiri.
Un altro errore che la critica fece quarant’anni fa con Miriam si sveglia a mezzanotte fu quello di considerarlo tutta forma e niente sostanza – errore tutto sommato perdonabile a una prima visione, visto che stiamo parlando di un film che, come ripetuto più volte finora, punta tantissimo sul lato estetico e sulle impressioni che lascia a livello di pura immagine in movimento. In realtà la visione di Tony Scott (che prima di lavorare su Miriam andò anche a un passo dal girare un adattamento di Intervista col vampiro, a dimostrazione che l’argomento lo stuzzicava) della figura del vampiro, ispirata all’omonimo romanzo di Whitley Strieber, meriterebbe un approfondimento a parte, e il fatto che non emerga in maniera evidente dalla visione ma richieda un po’ di scavo concettuale è, se chiedete a noi, un merito del film, non un limite.
La vampira di Scott è immortale, certo, ed è capace di trasformare gli esseri umani in succhiasangue. Ma a differenza del classico trasferimento di potere che caratterizza gran parte della narrativa vampirica moderna e contemporanea, il vampirismo di Miriam è una maledizione vera, una malattia, non una porta verso l’immortalità. Solo Miriam è una vera vampira: le sue vittime, che diventano poi suoi amanti, hanno una data di scadenza, e la loro condizione assomiglia più a una dipendenza da una droga pesante che a un salto evolutivo. Un vampiro, in Miriam si sveglia a mezzanotte, non è per sempre, anche senza bisogno di aglio o paletti di frassino.
Il vero peccato, quindi, è che proprio sul finale Miriam si sveglia a mezzanotte abbia subito le modifiche più dolorose e anche insensate: i destini di Miriam e Sarah, raccontati in un paio di sequenze frettolosamente aggiunte in corso di lavorazione, sembrano contraddire quanto detto fin lì dal film, e gli ultimi minuti hanno quell’aria posticcia da “roba infilata in fretta e furia per addolcire la pillola e regalare al pubblico un happy ending”. E anche per lasciare la porta aperta a eventuali sequel, che visto il flop del film non arrivarono mai. Arrivò invece una serie TV, di breve durata ma che coinvolse anche Tony Scott in persona per un paio di episodi, e ora pare che possa arrivare un remake, del quale si parla ormai da due anni. Per una volta fateci dubitare del risultato finale prima ancora di vederlo: di Tony Scott ce n’è uno solo, e purtroppo non è più tra noi.