Moulin Rouge! compie vent’anni e al tempo non eravamo pronti
Moulin Rouge! festeggia il suo ventesimo compleanno: riguardatelo, e diteci che non sembra un film che viene dal futuro
Ora che sono passati vent’anni dall’uscita di Moulin Rouge! possiamo riguardarlo con il senno di poi e ammetterlo candidamente: non eravamo pronti.
“Pasticcio” è la parola che meglio descrive Moulin Rouge! in tutti i suoi aspetti; non inteso come disastro o film sconclusionato, ma in senso culinario: c’è dentro un po’ di tutto, in termini di ispirazioni narrative che vanno da svariati secoli prima di Cristo all’altroieri, e anche di suggestioni visive – Luhrmann è stato uno dei primi registi in area Hollywood (sì, lo sappiamo, è australiano, ma lavora da sempre con l’America e Moulin Rouge! è una co-produzione internazionale) a scoprire il cinema di Bollywood e anche l’esperienza di andare in un cinema in India a vedere un film bollywoodiano, e a trasportare quell’estetica e quegli eccessi dalle nostre parti.
La storia è talmente classica da essere prevedibile fin dalle prime scene, e il fatto che Moulin Rouge! si presenti come un film dentro un film (che si apre con una quinta che si solleva e lascia spazio allo schermo dove gli spettatori del film nel film stanno per assistere al film che stiamo guardando anche noi in quanto spettatori del film sul film nel film) aiuta subito a chiarire la natura meta - e sperimentale dell’opera - che peraltro aggiunge un ulteriore strato di finzione nel momento in cui si rivela essere la storia di uno scrittore innamorato di una ballerina che compone un’opera che parla della storia d’amore maledetta tra un suonatore di sitar e una cortigiana. Più ancora di Romeo + Giulietta, Moulin Rouge! è un film profondamente consapevole di essere un film, una messa in scena su un palco popolato di figure archetipiche che fanno cose archetipiche in un contesto narrativo assimilabile a quello della tragedia greca (secondo l’antica formula che profuma di reminiscenze scolastiche secondo la quale la commedia comincia male e finisce bene e la tragedia comincia bene e finisce male).
Uno dei grandi segreti del successo di Moulin Rouge! è la totale dedizione con cui il cast (soprattutto Ewan McGregor e Nicole Kidman, ma anche un eccezionale Jim Broadbent e il John Leguizamo più inaspettato di sempre) accetta di stare partecipando a quella che è contemporaneamente una commedia, una tragedia, una farsa, una satira e un omaggio fatto sotto forma di esagerazione parossistica, e accetta quindi di dover vivere ogni scena come un’esperienza a sé, e di dover modulare la propria recitazione a seconda della situazione. Kidman in particolare trionfa in questo senso, per la capacità camaleontica di passare a ritmo di can-can da sexy seduttrice ad amante dal cuore spezzato ad artista sofferente e costretta a confrontarsi con la propria mortalità; la sfida che le lancia Luhrmann (a lei e al resto del cast, ma soprattutto a lei) è improba: “ci sono delle scene nelle quali dovrai aprire il cuore e donarci tutta te stessa e la tua fragilità” immaginiamo che le abbia detto così, “e altre dove dovrai spingere sul pedale dell’overacting e sembrare uscita da una parodia, e dovrai essere sempre credibile”.

Pensate a quanti video mashup di pezzi famosi sono comparsi su YouTube e dintorni negli ultimi anni, e che successo hanno avuto (in termini di visualizzazioni per lo meno); pensate a quanti artisti con milioni di follower hanno costruito la loro carriera sulle stesse cose che Moulin Rouge! faceva nel 2001. Pensate a serie recenti che hanno usato il musical nello stesso modo, una su tutte Crazy Ex-Girlfriend che ha tra l’altro omaggiato proprio il film di Luhrmann più e più volte. L’australiano ci aveva visto lungo, e aveva capito che gli anni in cui stavamo entrando nel 2001 sarebbero stati anni di riciclo creativo, di mischioni, di frullati di influenze e di rimasticazioni di vecchie formule – che il riciclo e gli accostamenti improbabili sarebbero diventati presto un tratto definente della nostra estetica.