Nouvelle Vague: da Godard a Linklater, l’eredità della “nuova onda”

Mentre Richard Linklater porta al cinema la genesi di Fino all’ultimo respiro, ripercorriamo l’influenza della Nouvelle Vague e la sua eredità nel cinema moderno e contemporaneo.

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Se c’era un regista americano in grado di tuffarsi nel microcosmo del cinema francese di fine anni Cinquanta, rievocandone lo spirito e l’atmosfera in un film in grado di rendere un sentito omaggio ai padri fondatori della Nouvelle Vague, questi era senz’altro Richard Linklater. Non perché, nei suoi quasi quarant’anni di carriera, il cineasta texano abbia voluto riprodurre pedissequamente codici e modelli del passato; piuttosto per come in molti suoi titoli, a partire dalle primissime opere (It’s Impossible to Learn to Plow by Reading Books, 1988; Slacker, 1990; il piccolo cult La vita è un sogno, 1993), Linklater si sia avvalso di una libertà creativa e di una leggerezza di toni che sono state anche alla radice della rivoluzione portata avanti, fra il 1958 e il 1960, da autori quali Claude Chabrol, François Truffaut e Jean-Luc Godard.

Fino all’ultimo respiro: la Nouvelle Vague raccontata da Richard Linklater

E appunto Jean-Luc Godard, nell’interpretazione dell’esordiente Guillaume Marbeck, è la figura al centro del più recente lavoro di Richard Linklater, intitolato proprio Nouvelle Vague e da giovedì prossimo nelle sale italiane: una vivacissima ricostruzione della genesi e delle riprese di un’assoluta pietra miliare del cinema mondiale, Fino all’ultimo respiro, che nel 1960 avrebbe segnato il debutto di Godard dietro la macchina da presa e la sua consacrazione fra i membri di punta del movimento. Presentato in concorso al Festival di Cannes 2025, Nouvelle Vague ha raccolto calorosi elogi soprattutto in Francia dove, nonostante il tiepido responso al botteghino (centotrentamila spettatori), pochi giorni fa si è aggiudicato quattro premi César, incluso il trofeo per la miglior regia (uno storico primato per un cineasta statunitense).

A partire dalla suggestiva fotografia in bianco e nero di David Chambille, Nouvelle Vague unisce un’aderenza quasi filologica al cinema francese di quegli anni al recupero di un approccio ironico, scanzonato e soprattutto anticonformista, assimilabile per certi versi a quello sfoderato dallo stesso Godard nella lavorazione di Fino all’ultimo respiro. Certo, con i dovuti distinguo: se il film di Linklater rientra nell’ottica di un’affettuosa operazione-nostalgia, nel 1960 Jean-Luc Godard contribuiva a frantumare le convenzioni narrative – ma anche produttive – della propria epoca, facendo leva su uno sperimentalismo che coinvolgeva ogni aspetto creativo, dalla scrittura al montaggio. In tal senso, Fino all’ultimo respiro era un film ancora più estremo rispetto ai suoi predecessori, come Le Beau Serge di Claude Chabrol (per tradizione, il primo film della Nouvelle Vague) e I 400 colpi di François Truffaut

Dalla caméra-stylo alle “nuove onde” del cinema mondiale

Il clamoroso successo de I 400 colpi e di Fino all’ultimo respiro, a meno di un anno di distanza l’uno dall’altro, avrebbe sancito una rivoluzione cinematografica già teorizzata da Truffaut e Godard e da altri loro colleghi, Claude Chabrol, Eric Rohmer e Jacques Rivette, attraverso le colonne dei Cahiers du Cinéma: la celeberrima rivista che, nel corso degli anni Cinquanta, aveva rivendicato la necessità di un radicale cambiamento dell’industria e di un nuovo sguardo sul cinema come espressione di un gesto autoriale, la cosiddetta caméra-stylo, così definita nell’articolo-manifesto pubblicato nel 1958 da Alexandre Astruc. L’idea al cuore della Nouvelle Vague era che il regista non fosse il mero esecutore delle formule standard imposte dagli studios, ma un autore a tutti gli effetti, libero di trasformare in immagini la propria visione artistica.

Ma al di fuori dei confini della Francia, quale sarebbe stato l’impatto di quella rivoluzione? E cosa ne rimane oggi, più di sessant’anni dopo? Non esistono risposte semplici né univoche, in particolare considerando la trasversalità e la complessità del movimento, nonché i differenti percorsi nell’evoluzione dei suoi registi di punta. Fatto sta che la stessa espressione Nouvelle Vague, pure nella sua versione inglese new wave, sarebbe stata associata più volte alle “nuove onde” che, in diversi periodi e alle più diverse latitudini, hanno contrassegnato le innovazioni e l’improvvisa vitalità del cinema di numerosi paesi: dalla new wave giapponese guidata da Nagisa Oshima e Shōhei Imamura, immediatamente successiva a quella francese, alla new wave cecoslovacca capitanata da Milos Forman, Věra Chytilová e Jirí Menzel, a quella australiana degli anni Settanta, che ha avuto in Peter Weir il suo massimo esponente.

Il kitchen sink realism britannico e l’America della New Hollywood

Slegate dalle logiche produttive e commerciali dominanti, le innumerevoli nouvelle vague sorte nei più lontani angoli del pianeta hanno avuto in comune la ricerca di nuove soluzioni drammaturgiche ed espressive e una forza dirompente rispetto ai contesti socio-culturali di appartenenza. Il cinéma vérité praticato in Francia dagli autori della Nouvelle Vague trovava corrispondenza, in quegli stessi anni, nel kitchen sink realism del cinema britannico: un realismo sociale volto a rappresentare la quotidianità e i problemi della working class, con uno stile secco e crudo che, dal mondo del teatro, sarebbe approdato sullo schermo grazie a registi come Tony Richardson (I giovani arrabbiati, Sapore di miele), Karel Reisz (Sabato sera, domenica mattina, Morgan matto da legare), John Schlesinger (Una maniera d’amare, Billy il bugiardo, Darling), Bryan Forbes (La stanza a forma di L) e Lindsay Anderson (Io sono un campione, Se...).

È lecito interrogarsi poi su quanto la Nouvelle Vague francese abbia influito sullo spirito ribellistico e su una certa estetica che, da lì a un decennio, avrebbero preso piede all’interno del sistema statunitense, dando vita a quella straordinaria stagione che risponde al nome di New Hollywood. Fatto sta che il mitico Bonnie and Clyde di Arthur Penn (in italiano Gangster Story), per molti aspetti il film capostipite della New Hollywood, era stato influenzato già in fase di scrittura dal cinema di Jean-Luc Godard, al quale era stata proposta addirittura la regia del progetto. Da un lato gli ardimentosi antieroi di Bonnie and Clyde, con il suo scioccante amalgama fra romanticismo e violenza, e dall’altro la rivisitazione modernissima dei registri della commedia de Il laureato di Mike Nichols avrebbero reso dunque il 1967 l’anno di una svolta fondamentale per il cinema americano, i cui effetti sarebbero proseguiti fino alla fine del decennio a venire.

Ammiratori ed eredi della Nouvelle Vague, da Cassavetes e Wenders a Bertolucci

Nell’ambito della New Hollywood va evidenziato l’iperrealismo di cui sarebbe stato alfiere John Cassavetes, autentico pioniere del cinema indipendente americano e ispiratore, a sua volta, di una nuova generazione di cineasti composta da personalità come Jim Jarmusch e Gus Van Sant. Di poco più giovane rispetto a loro, il già citato Richard Linklater è uno fra gli autori che a partire dagli anni Novanta, destreggiandosi fra l’industria hollywoodiana e la scena indipendente, hanno recuperato e rielaborato alcuni elementi della libertà creativa e formale della Nouvelle Vague. E nel caso specifico di Linklater e della trilogia sentimentale inaugurata nel 1995 con Prima dell’alba, è difficile non rintracciare echi dei film di Eric Rohmer nella dimensione preponderante assunta dai confronti dialogici fra i personaggi: un tratto distintivo dell’intero filone del cinema mumblecore, con il suo minimalismo imperniato proprio sulla prevalenza della parola sull’azione.

Tornando in Europa, in contemporanea alla New Hollywood si sviluppava il Nuovo Cinema Tedesco, che avrebbe raggiunto la sua massima floridezza negli anni Settanta grazie a una “politica degli autori” portata avanti dai capifila del movimento: Werner Herzog, Wim Wenders, Rainer Werner Fassbinder e Margarethe von Trotta. Decisamente meno significativo appare invece l’impatto della Nouvelle Vague in Italia, dove il regista che più ha mostrato ammirazione verso i colleghi francesi (Godard in primis) è stato Bernardo Bertolucci, la cui produzione tuttavia prenderà presto strade molto differenti; a ogni modo in The Dreamers, realizzato nel 2003 e ambientato nella Parigi del 1968, Bertolucci renderà esplicito omaggio alla generazione della Nouvelle Vague, e in particolare all’amato Godard, attraverso un film corredato di citazioni e ammantato di cinefilia.

Le new wave asiatiche, dall’Iran al Nuovo Cinema di Taiwan

In ambito critico l’espressione new wave, benché non sempre in diretta relazione con Godard, Truffaut e soci, è stata adoperata in più occasioni anche per indicare le diverse ‘ondate’ di innovazioni nelle cinematografie di vari paesi. Si parla di new wave iraniana, ad esempio, già dalla seconda metà degli anni Sessanta, mentre le successive new wave corrispondono all’emergere a livello internazionale di cineasti del calibro di Abbas Kiarostami, Jafar Panahi e Asghar Farhadi nel periodo a cavallo fra gli anni Novanta e i giorni nostri, mentre il cinema iraniano è andato assumendo connotazioni sempre più marcatamente politiche, proprio in reazione all’oppressione del regime. Per l’Iran, come per altre new wave asiatiche, non va ricercato per forza un legame stilistico o tematico con la Nouvelle Vague: si tratta piuttosto di un richiamo a inedite esplorazioni artistiche e a una forte impronta autoriale.

È l’impronta, quanto mai marcata e personale (e capace a propria volta di fare scuola), che durante gli anni Novanta ha contraddistinto l’affermazione di un maestro come Wong Kar-wai dalla scena di Hong Kong ai principali festival del mondo. E di due distine new wave si parla anche in merito al cosiddetto Nuovo Cinema di Taiwan, dagli anni Ottanta in poi: un movimento lontanissimo dall’estetica della Nouvelle Vague, al di là dell’analoga propensione al realismo, ma in cui la libertà nel linguaggio cinematografico ha permesso di dar vita ad alcune delle filmografie più singolari, dense e affascinanti dell’epoca moderna grazie a registi quali Hou Hsiao-hsien e il compianto Edward Yang. Se amare la Nouvelle Vague significa innanzitutto aprire gli occhi e la mente alle potenzialità del cinema, le “nuove onde” sparse per il mondo continuano a ricordarcelo ancora a decenni di distanza.

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