Off-Campus: che delusione!
L’adattamento Prime di Off-Campus smussa tutto ciò che nei romanzi di Elle Kennedy funzionava davvero: trauma, desiderio e caos emotivo diventano un teen romance patinato e senz’anima.
Ci avevo sperato, davvero. Perché i libri della serie Off-Campus di Elle Kennedy funzionano esattamente come devono funzionare certi romance commerciali scritti bene: vanno giù come l’acqua. Ti prendono con i trope più classici del mondo dei romance - fake dating, forced proximity, golden boy arroganti e irresistibili - e poi dentro ci infilano dolore vero, disagio, lutti, famiglie tossiche, dipendenze, traumi sessuali, paura dell’abbandono.
I romanzi sono quattro, più un quinto che riprende tutti protagonisti qualche anno dopo, hanno venduto milioni di copie nel mondo e che hanno svoltato la vita e la carriera di Kennedy, autrice canadese che dato il sorprendente successo ha avuto la geniale intuizione di trasformare quel mondo in una saga generazionale. La serie originale, Off-Campus, appunto, quella il cui primo libro è appena arrivato su Prime, è dedicata ai quattro coinquilini Garrett, Logan, Dean e Tucker. Poi ci sono gli spin-off (Saga Briar-U) che si concentrano su altri personaggi poco più giovani già incontrati nella saga originale, e infine la genialità, cioè la seconda generazione, con i figli dei protagonisti iniziali (sì, i figli di Garrett, Hanna e co.) che diventano a loro volta protagonisti di una nuova serie di romanzi. Una macchina narrativa perfetta, costruita su familiarità, fandom e affezione progressiva. Coi romanzi di Elle Kennedy non si leggono storie d’amore, ma si entra in una community, in una comfort zone emotiva che sa di famiglia e di gente che si ritrova. Il problema è che l’adattamento Amazon di The Deal è solo l’ennesimo teen romance senza guizzi o innovazioni. Tutto è appiattito e patinato.Il romanzo funzionava perché era basilare nel modo più efficace possibile: un patto tra due persone che pensano di stare usando l’altro e finiscono invece per innamorarsi davvero. Ma il cuore della storia non era solo il trope, era il modo in cui Hannah e Garrett si avvicinavano attraverso le rispettive fragilità. Il libro aveva un tono pop, sexy, leggero, ma sotto c’era rabbia, vergogna, trauma. E soprattutto c’era desiderio, un desiderio consapevole e adulto. Purtroppo la serie non traduce nulla di tutto questo e sembra continuamente trattenersi.
Perdendo il POV interno dei protagonisti - elemento fondamentale nei romance contemporanei - l’adattamento è costretto a reinventare dinamiche e conflitti, cosa che in teoria non sarebbe un problema, è ovvio che gli adattamenti devono cambiare linguaggio, è che qui il cambiamento non approfondisce ma semplifica, smussa, rende tutto più innocuo.
Qualche esempio. Il padre di Garrett, nel libro, è una presenza devastante, violenta, imprevedibile, umiliante. Non è un semplice “genitore problematico”, è il motivo per cui Garrett vive costantemente sull’orlo del collasso emotivo. Nella serie quella violenza viene quasi sterilizzata, rimane il concetto ma sparisce il peso. Lo stesso succede col trauma di Hannah. Nel romanzo il tema dello stupro e delle conseguenze psicologiche dell’abuso è centrale, esplicito, doloroso. Kennedy non lo usa come semplice backstory drammatica per giustificare il carattere della protagonista, è qualcosa che invade il corpo, il sesso, il suo modo di stare al mondo. Nella serie tutto questo viene quasi pudicamente nascosto dietro dialoghi più vaghi, scene più rapide, conflitti più addomesticati. Come se Amazon avesse paura di disturbare davvero lo spettatore. Ed è qui che entra in gioco il vero problema delle piattaforme contemporanee: l’algoritmo. Perché guardando Off Campus si ha continuamente la sensazione di vedere un prodotto già processato da un’intelligenza artificiale narrativa invisibile. Ogni spigolo è limato, ogni scena calibrata per non risultare troppo sessuale, troppo traumatica, troppo intensa, troppo divisiva. Tutto deve poter piacere a tutti nello stesso identico modo e quindi tutto finisce per assomigliarsi.Amazon (ma lo stesso può dirsi di Netflix) ha offerto al fandom un prodotto di facile consumo, che certo strizza l’occhio ai fan ma imbelletta qualcosa che poteva essere molto di più. Il romance contemporaneo, quello che esplode davvero online, quello che crea fandom ossessivi, TikTok pieni di clip e comunità emotive enormi, non nasce dalla neutralità, nasce dagli eccessi, dall’imbarazzo, da fantasie molto precise in cui è facile ritrovarsi.
Pensiamo a Heated Rivalry. Una saga che online è diventata gigantesca proprio perché lasciava spazio all’ossessione, alla tensione sessuale, alla vulnerabilità maschile, al desiderio queer raccontato senza la paura di sembrare “troppo”. In Off-Campus invece il sesso è vaniglia, patinato, levigato, coreografato come se qualcuno avesse continuamente paura di superare un limite invisibile imposto dai dati di engagement. E il paradosso è che proprio i romance, oggi, sono uno dei pochi generi in cui il pubblico chiede invece identità forti, chiede rischio, chiede di sentire qualcosa.
Per questo la serie dà continuamente la sensazione di una grande occasione persa, perché il materiale di partenza aveva già tutto, ironia, dolore, spice, personaggi archetipici ma emotivamente riconoscibili… bastava avere il coraggio di spingere davvero sulle parti più scomode. Invece l’adattamento sembra vergognarsi continuamente di essere un romance. Vuole essere cool, generalista, young adult da homepage globale.
A voler guardare il bicchiere mezzo pieno va detto che alcune dinamiche tra i personaggi secondari, per esempio, funzionano, hanno energia. La chimica tra il gruppo si sente e alcuni scambi ricordano davvero il motivo per cui i lettori si affezionano a questa saga. La sorella di Logan, sorprendentemente, è una delle intuizioni migliori dell’adattamento perché aggiunge una presenza diversa, più viva, meno stereotipata di quanto ci si potesse aspettare, ed è proprio quando la serie si concede un po’ di caos relazionale e di interazioni laterali che sembra finalmente respirare.
Poi arriva quel colpo di scena finale, un cambiamento grosso, sostanziale, uno di quelli pensati chiaramente per sorprendere anche chi conosce i libri a memoria, ma viene da chiedersi se ne valga davvero la pena, perché aggiornare, modificare, reinventare ha senso, ma fino a che punto puoi alterare il DNA emotivo di una saga senza rischiare di perdere proprio quella community che l’ha resa abbastanza importante da meritarsi un adattamento? Perché il fandom romance non funziona come quello di altri generi. Non segue solo la trama ma difende il tono, le dinamiche, l’intimità specifica tra i personaggi.
E se togli proprio quella specificità, alla fine rimane solo il ghiaccio. Che però, dopo un po’, sa soltanto di acqua.