Olivia Wilde al Sundance: quando l’applauso non è il punto, ma il segnale

Una standing ovation al Sundance come sintomo, non come traguardo: il nuovo film segna un momento preciso nella traiettoria autoriale di Olivia Wilde

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Al Sundance gli applausi non sono mai neutrali. E le standing ovation, soprattutto lì, non sono una moneta che circola facilmente. Per questo l’accoglienza riservata a The Invite, presentato in anteprima al Sundance Film Festival 2026, vale più del rituale. Non perché certifichi un successo, ma perché intercetta un momento preciso nella traiettoria di Olivia Wilde: quello in cui la sua identità di regista smette di essere continuamente messa alla prova e inizia a essere discussa sul merito. La regista e attrice arriva a questo film dopo anni di rumore laterale, spesso estraneo al cinema in sé. The Invite è invece un’opera che si presenta in modo netto: una commedia drammatica che usa il riso come dispositivo di vulnerabilità, non come protezione. Un’idea che la regista ha sintetizzato così, parlando al pubblico dopo la proiezione: “Non si è mai così vulnerabili come quando si ride. Questo film permette di ridere, rilassarsi, e poi colpire allo stomaco con il divorzio.”

È una frase che spiega bene il cuore del progetto e, insieme, il modo in cui Olivia Wilde sta pensando il suo cinema oggi: non per contrasti di genere, ma per slittamenti emotivi. La risata non alleggerisce, prepara. L’imbarazzo non distrae, espone. Il film, scritto assieme a Rashida Jones, mette in scena una situazione apparentemente da commedia sofisticata: una coppia, interpretata dalla stessa Wilde e Seth Rogen, riceve a cena due vicini, Edward Norton e Penelope Cruz. Da lì, il film devia, spostando l’asse dal gioco sociale al terreno molto più instabile dell’intimità, del desiderio e della frattura coniugale. Non è la provocazione a interessare la Wilde, ma ciò che resta dopo: le crepe, le conseguenze, il non detto.

Il dato interessante emerso dal Q&A non riguarda tanto la reazione del pubblico quanto il processo. Rogen ha raccontato che Olivia Wilde inizialmente non voleva recitare nel film, e che la decisione di mettersi anche davanti alla macchina da presa ha cambiato tutto: “Una volta che ha deciso di interpretare il ruolo, il film è decollato. L’energia era incredibile, sembrava vivo. A volte avevamo davvero la sensazione di stare cucinando qualcosa.” È un passaggio rivelatore, perché tocca un nervo scoperto del cinema contemporaneo: il sospetto, spesso automatico, verso chi dirige e interpreta allo stesso tempo. Norton, che quella doppia posizione la conosce bene, lo ha detto con chiarezza e senza indulgenza: “Arriva sempre un momento in cui pensi: ‘È stata una pessima idea’. Qui non è mai successo. Olivia si muoveva tra regia e recitazione con una grazia impressionante, senza mai far pesare la complessità.”

Booksmart (La rivincita delle sfigate) - Annapurna Pictures

Questo è forse il punto in cui The Invite diventa più interessante come segnale che come film-evento. Perché racconta una regista che non cerca di dimostrare di saper controllare tutto, ma che accetta il rischio della compresenza, dell’esposizione, della fragilità. Non è un cinema che chiede legittimazione attraverso il rigore, ma attraverso l’onestà emotiva. Non va dimenticato che Olivia Wilde arriva a questo momento dopo un percorso non lineare: dall’esordio registico con Booksmart - accolto come manifesto generazionale - alla frattura critica e mediatica che ha accompagnato Don’t Worry Darling. In mezzo, un dibattito spesso più interessato alla persona che ai film. The Invite sembra segnare un cambio di passo: meno dichiarazioni di intenti, più fiducia nel dispositivo narrativo.

Che Kim Yutani, direttrice del festival, abbia detto dal palco che la standing ovation era “meritatissima” conta fino a un certo punto. Conta di più il contesto: il Sundance come spazio che reagisce a un film non perché è “giusto”, ma perché colpisce una zona scoperta. E in questo caso quella zona è la commedia adulta, capace di usare il disagio senza trasformarlo in gimmick. Olivia Wilde non è più nella fase in cui ogni film deve confermare una promessa. The Invite non sembra voler essere un manifesto, ma un passaggio necessario. Un film che non chiede indulgenza, non cerca l’alibi dell’ironia e non si nasconde dietro la provocazione.

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