Penso dunque Sono: l’io come tramite per l’altro, tra Suicide Club e The Whispering Star
Due opere apparentemente distanti, cronologicamente e tematicamente, ma al contempo convergenti verso uno dei cardini della poetica di Sion Sono.
Agitazione giovanile, ambiguità ed estroversione sessuale, goffa rielaborazione dei valori convenzionali, iperboliche coreografie, disfunzionalità familiari. Provando a tirare grossomodo le somme sul sincretismo artistico di Sion Sono, queste sarebbero solo alcune delle caratteristiche essenziali da prendere in considerazione, avendo come punto di riferimento quella sorta di testo sacro che è Love Exposure. Più effetti e conseguenze, invero, che punti di partenza, cause, matrici di quel disagio spasmodico che è il suo cinema.
Quello di Sono – poeta e performer, oltre che regista – è un cinema inscindibile dal contesto indigeno, dalla società situata alle sue spalle e dalla cultura d’appartenenza. Parte da lì, dalle contraddizioni del Sol Levante e dalle sue tormentate ossessioni, dal trauma come origine della frammentazione e della labilità identitaria. Non è un caso che le due opere attraversino l’indomani buio e incerto di due delle crisi più dolorose nella storia nipponica degli ultimi decenni: Suicide Club prende le mosse nell’immediata conclusione (se di conclusione si può parlare) dal cosiddetto decennio perduto e dal mancato millennium bug; The Whispering Star, invece, pochi anni dopo il triplo disastro – terremoto di magnitudo 9.1, tsunami e il disastro della centrale nucleare di Fukushima Dai-ichi – che mise in ginocchio la regione di Tōhoku. Cicatrici non del tutto rimarginate, fonti di alienazione e smarrimento delle coordinate tanto fisiche quanto psicologiche. Di annullamento, perdita sistemica di fiducia nel prossimo, di contatto con la realtà e di un ruolo all’interno di essa.
Così i personaggi che abitano le sue storie e i suoi decadenti ambienti sembrano sempre cineticamente attivi, in un costante movimento rivolto a una sorta di autoaffermazione – la morte come evasione liberatoria dalla società in Suicide Club, il tentativo di comprendere un’umanità a pezzi per poterne, forse, far parte in The Whispering Star –, desiderosi di qualcosa che non è altro che il proprio io, saccheggiato e poi perso tra le pieghe e le piaghe del proprio tempo e del proprio luogo. «So tutto ma non so chi sono io», recita la poesia di François Villon decantata dai protagonisti di Himizu. Disperatamente rassegnati ma, paradossalmente e contemporaneamente, speranzosi con ostinazione e curiosità, riflesso della stessa contraddizione generale coeva. Sta in quell’evidente e mai occultato scarto, in quella tensione psicofisica il senso della sua concezione artistica, così come la natura perduta dei suoi martoriati individui. Identità da ricercare, trovare, per poi abbracciarle o liberarsene definitivamente, scegliendo consapevolmente di riscrivere le pagine del proprio futuro, fino al prossimo cataclisma.
In entrambe le opere, come del resto nell’intera filmografia di Sion Sono, è la solitudine esistenziale a radicarsi in corpi e spiriti quasi del tutto disumanizzati, bisognosi dell’altro e dell’esterno, di un collegamento: che sia esser parte di un club mortifero e decadente, espatriato nello spazio privo di ricordi o tramite per la memoria in un domani desolato. «Sei connesso con te stesso?», ripete incessantemente la giovanissima voce al telefono in Suicide Club. In quella connessione con il sé, con l’io a lungo agognato, risiede la chiave per aprire le porte di un’umanità sempre più disgregata, per creare collegamenti che un giorno diventeranno nostalgici cimeli da spedire e ricevere quando l’apocalisse – nucleare, tecnologica, mediatica, sentimentale – sarà già lontana. Scorie del presente per ricostruire, nel futuro, il passato.
«Vivete come volete», ultimo “dettame” delle idol nel film del 2001: negando un funesto destino già segnato o scoprendo l’umanità, e quindi diventando (o riscoprendosi) in qualche modo umani, attraverso il ricordo. Adolescenti metropolitani o fattorini spaziali, nuove vite – in grado di lasciarsi alle spalle il trauma o persino, in alcuni casi, di non averne memoria –, aggrappate alla rinnovata riappacificazione catartica con sé e con gli altri. Almeno fino alla prossima catastrofe, fino al prossimo buio. E quindi al prossimo trauma.