Per qualche dollaro in più, sessant’anni dopo: quando il western smise di essere americano
Sessant’anni dopo, il film che ha trasformato il western in un linguaggio globale e Sergio Leone in un autore capace di riscrivere il mito partendo dai dettagli
Sessant’anni dopo la sua uscita, Per qualche dollaro in più continua a sembrare meno un film del passato e più un punto di rottura permanente. Non perché abbia “tenuto bene” il tempo - formula pigra e rassicurante - ma perché ha contribuito a cambiarne le regole. Guardarlo oggi significa assistere a un momento preciso in cui il western smette di appartenere esclusivamente all’immaginario americano e diventa, per la prima volta, un linguaggio davvero globale. Con il secondo capitolo della cosiddetta Trilogia del Dollaro, Sergio Leone non si limita a capitalizzare il successo del film precedente (Per un pugno di dollari, 1964). Fa qualcosa di più rischioso: rafforza un’idea di cinema che si fonda sull’eccesso controllato, sulla dilatazione del tempo, sull’assenza di eroi rassicuranti. È il momento in cui il western smette di raccontare una morale e inizia a mettere in scena un mondo dove essa è sempre negoziabile.
Fondamentale, in questo processo, è il contributo di Ennio Morricone. In Per qualche dollaro in più la musica non accompagna le immagini: le anticipa, le commenta, talvolta le contraddice. Il celebre tema del carillon non è un semplice motivo musicale, ma un dispositivo narrativo, un richiamo costante alla memoria e alla vendetta. È uno dei primi esempi in cui la colonna sonora diventa parte integrante della struttura del film, non un ornamento.
C'era una volta il West(ern)
Ridurre Leone allo spaghetti western, però, è sempre stato un errore di prospettiva. La sua poetica trova piena maturazione quando abbandona il West per affrontare il mito in forma ancora più esplicita. In C’era una volta il West, il genere viene trattato come una civiltà al tramonto, popolata da figure già consapevoli di essere fuori tempo massimo. In Giù la testa, la rivoluzione diventa un’illusione sporca, mai davvero redentrice. E infine, con C’era una volta in America, Leone porta la sua ossessione per il tempo, la memoria e il tradimento fuori dal western, dimostrando che non aveva mai parlato davvero di pistole o frontiere, ma di perdita.
E forse non è un caso che uno dei simboli più duraturi di quel cinema nasca da un dettaglio imposto controvoglia. Clint Eastwood non era un fumatore, e non aveva alcuna intenzione di diventarlo sullo schermo. Fu Sergio Leone a insistere: il sigaro doveva esserci, sempre, perché non era un accessorio ma un elemento narrativo. Secondo Leone, non era l’attore a dover dominare la scena di Per un pugno di dollari, ma quell’oggetto ruvido, scomodo, quasi fastidioso. Da lì in poi fu scritta la storia del cinema...