Per Richard Donner l’avventura era una cosa seria
Sempre un passo avanti a tutti, Richard Donner era un regista senza pregiudizi che ha cambiato il cinema prendendo sul serio l’avventura
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Non sempre però venne capito, talvolta fu proprio la genuinità delle sue opere ad essere confusa con povertà contenutistica o di stile. Era invece il segno di un regista che sapeva esattamente dove voleva arrivare. Era disposto a combattere lotte all’ultimo sangue proprio per fare in modo che tutto concorresse per raccontare la miglior storia possibile.
Un’impresa titanica, che oggi appare quasi scontata. Se si guarda il contesto in cui avvenne (il 1978), c’è da restare a bocca aperta. I fumetti non godevano di una grande fama, colpiva i produttori più la rigida struttura seriale, che le storie presenti all’interno degli albi. Per questo la televisione se ne era appropriata. Il genere aveva trovato la sua nicchia nel camp del piccolo schermo o nei contenuti pruriginosi e di serie b dei lungometraggi. I grandi registi si guardavano bene da toccare quella materia.
Richard Donner invece non aveva pregiudizi di alcun tipo. Nasce come direttore di serie tv, e arriva al cinema dopo una lunga gavetta. Forse per carattere, forse proprio per le esperienze di vita, non si tirò mai indietro dal maneggiare la narrativa “bassa” e di genere, ma lo fece con la mano sicura dei grandi. Per questo il suo successo arrivò spesso in silenzio e “fuori sincrono”. La sua reputazione passò con il tempo da quella di semplice artigiano a quella di artista con una grande visione di cinema. Con un percorso chiaro di film in film. E questo accadde proprio grazie a quel pubblico a cui lui era interessato esclusivamente a parlare e che fu il primo suo sostenitore.

Il suo Superman è uno dei più grandi esempi di rispetto della fantasia e dell'immaginario collettivo. È un affresco di misura ed equilibrio. Sa prendersi sul serio, ma non troppo. Sa essere complesso, ma anche accessibile a tutti. Non vuole essere incredibile, ma credibile. Ha affetto per l'universo di carta stampata da cui attinge e lo plasma dandogli la forma di un film vero. Prende Mario Puzo alla sceneggiatura. Il più grande dei più grandi, il simbolo della scrittura adulta, e attacca in questo modo ogni pregiudizio che i fumetti si portavano appresso. Azzecca il casting di Christopher Reeve, ma soprattutto affida la parte di Joe-El a Marlon Brando (drenando pesantemente parte del budget). Fonde la Hollywood “alta” con quella “bassa” e trova in questo il “popolare” come sinonimo di quella cultura di massa che è capace di influenzare generazioni intere.
Lui ci credeva, gli altri meno.
Regista di adulti per bambini, prende dal mondo di questi ultimi tutto il senso della crescita. Non sono le parole a farci cambiare, ma le esplorazioni, i giochi, i rapporti conflittuali. Che siano due poliziotti, un gruppo di amici o una coppia di amanti e un borseggiatore, sono le corse continue e instancabili a plasmare il loro rapporto, non i discorsi. Concretezza e semplicità, autenticità contro tutte le maschere autoimposte che non distrugge ma, anzi, usa come campo di gioco.
Gli stessi principi che, secondo quel poco che possiamo sapere della sua vita privata, l’hanno guidato anche nei rapporti con le altre persone. Ricordato dai colleghi come una figura generosa e disponibile, Donner ha vissuto le relazioni lavorative con i "suoi" attori con affetto. Tante le collaborazioni ripetute di film in film, segno della stima e dell’affinità. Nessun set fu però come quello dei Goonies. Lì il regista, che non ebbe figli, trovò la sua vera famiglia (come disse nel 1985 in un’intervista all’Associated Press). Tanto che poi aiutò direttamente Jeff Cohen (Chunk) a diventare avvocato e pagò personalmente la riabilitazione di Corey Feldman.
È stata questa la sua missione: dimostrare che la semplicità è il linguaggio più potente e va preso sul serio.