Pesaro Film Festival 2026: al via il concorso, fra cortometraggi e An Incomplete Calendar
Il diario della prima giornata di concorso alla Mostra del Cinema di Pesaro: in gara i corti Local Sensations, Swan Lane e Silencio Azul e il documentario storico An Incomplete Calendar.
Dopo un weekend dedicato a una serie di eventi speciali, dal quarantennale de Il nome della rosa di Jean-Jacques Annaud all’omaggio a Carlo Collodi con Pinocchio di Enzo D’Alò, lunedì 15 giugno la 62esima edizione del Pesaro Film Festival è entrata nel vivo con l’apertura del concorso Pesaro nuovo cinema. Si tratta di una competizione decisamente peculiare, in cui trovano spazio sia cortometraggi che lungometraggi, espressioni dell’arte cinematografica delle più diverse realtà geografiche; ad accomunarli, pertanto, sono la ricerca e la sperimentazione rispetto al linguaggio filmico. È in primo luogo questo aspetto a rendere il Festival di Pesaro un appuntamento così ricco d’interesse soprattutto per i cinefili, a cui offre l’opportunità di scoprire titoli e autori che altrimenti rischierebbero di restare ‘invisibili’.
Concorso, giorno 1: tre cortometraggi nel segno dello sperimentalismo
È la Sala Grande del Teatro Sperimentale di Pesaro che, oltre ad ospitare la retrospettiva su uno dei maestri della commedia italiana, Maurizio Nichetti, accoglie gli spettatori del concorso Pesaro nuovo cinema, con le proiezioni delle opere scelte dal direttore artistico del Festival, Pedro Armocida, e dai selezionatori Paola Cassano, Cecilia Ermini, Raffaele Meale, Stefano Miraglia e Federico Rossin. A dare inizio al concorso, nel pomeriggio di lunedì, sono stati tre cortometraggi dall’Asia e dal Sud America, di durata compresa fra i quindici e i trenta minuti a testa: Local Sensations di Tulapop Saenjaroen, dalla Thailandia, Swan Lake di Saodat Ismailova, dall’Uzbekistan, e Silencio Azul di Matías Rojas Ruz, dal Cile.
Il contatto – e talvolta il corto circuito – fra la presenza umana e la natura è il punto di partenza di Local Sensations: un’opera imperniata sull’accostamento di immagini che sembrano seguire un flusso sensoriale ed emotivo, spingendosi verso i territori dell’inconscio e caricandosi di elementi di inquietudine; e l’inquietudine costituisce, in effetti, un ideale leitmotiv rintracciabile pure nei due corti successivi. In Swan Lake, Saodat Ismailova adotta la tecnica dello split screen per accostare immagini e brevi scene che, partendo dalla realtà dell’Unione Sovietica all’alba degli anni Ottanta (all’inizio compaiono filmati di una folla che brandisce cartelli con il ritratto di Vladimir Lenin), sconfinano ben presto nei territori del puro surrealismo.La realizzazione di Swan Lake fa leva su filmati relativi ai paesi ex sovietici a cavallo fra gli anni Ottanta di Mikhail Gorbaciov e gli anni Novanta, dopo la dissoluzione dell’URSS, tanto che nei cartelli finali il cortometraggio viene ribattezzato I figli della Perestrojka. Ci si sposta in Cile, invece, con Silencio Azul, in cui Matías Rojas Ruz fonde una rievocazione di stampo documentaristico, il naufragio del Janequeo, avvenuto nel 1965 nella baia di San Pedro, con un linguaggio prossimo alla video-arte, segnando dunque una certa continuità con i due cortometraggi precedenti.
An Incomplete Calendar: un potente documentario sulla lotta per il petrolio
Si cambia nettamente genere e approccio con l’ultimo titolo presentato in concorso a Pesaro lunedì: An Incomplete Calendar, una co-produzione fra Canada, Iran, Turchia e Venezuela firmata dalla regista e fotografa iraniana Sanaz Sohrabi, che ci sentiamo di consigliare in primo luogo agli appassionati di storia. In questo caso siamo di fronte a un documentario per certi versi più tradizionale, anche nella lunghezza (un’ora e un quarto di durata), sebbene faccia leva su una messa in scena e una costruzione drammaturgica ben poco convenzionali. L’inusuale spunto di partenza di An Incomplete Calendar consiste in un disco di musica folkloristica registrato nel 1980 da un coro universitario venezuelano e intitolato Rhymes and Songs for OPEC: un tributo per il ventennale della fondazione dell’OPEC, l’Organizzazione dei paesi esportatori di petrolio, nata nel 1960 per contrastare l’egemonia delle cosiddette “sette sorelle” nel mercato dell’energia.
Per Sanaz Sohrabi, questo disco celebrativo funge da occasione per ripercorrere un capitolo fondamentale della storia contemporanea, partendo già dalla crisi di Suez e dalle tensioni fra la Lega Araba, Israele e gli Stati Uniti per illustrare il tentativo di paesi quali il Venezuela, l’Iran e l’Arabia Saudita di sottrarsi al giogo del neo-imperialismo economico occidentale. Le risorse petrolifere diventano così uno strumento di affermazione al contempo economica e politica: un’affermazione che si svilupperà però lungo un percorso complesso e accidentato, che passa attraverso la Guerra dei sei giorni del 1967 e l’embargo del petrolio del 1973, per giungere poi a un tragico punto di rottura proprio nel 1980, con l’invasione dell’Iran da parte dell’Iraq di Saddam Hussein. Un conflitto che, come suggerito dal titolo, ha trasformato il progetto dell’OPEC in “un’agenda incompleta”, a riprova delle difficoltà su cui si scontra l’anelito a una piena autodeterminazione.