Pesaro Film Festival 2026: il giorno 2 del concorso e la riscoperta del cinema antifranchista
Il concorso della Mostra del Cinema di Pesaro prosegue nel segno dello sperimentalismo, ma la vera perla sono i sovversivi film ‘perduti’ della Spagna al tramonto del franchismo.
Continua il nostro reportage dal Pesaro Film Festival, che martedì 16 giugno ha visto proseguire il concorso Pesaro nuovo cinema con una seconda giornata di opere provenienti da tutto il mondo. Nella sala grande del Teatro Sperimentale di Pesaro, introdotti dal direttore del Festival, Pedro Armocida, e dal team dei selezionatori, sono stati proiettati tre nuovi titoli caratterizzati in particolare dalla sperimentazione sul linguaggio filmico. Ma subito prima delle proiezioni del concorso, a conquistare la nostra attenzione sono stati soprattutto due mediometraggi realizzati in Spagna nel 1969: una coppia di brevi e coraggiosi film ‘universitari’ presentati nell’ambito della sezione chiamata Lezioni di storia.
Da Robert e June a un lisergico Dracula, un concorso all’insegna dello sperimentalismo
Per quanto riguarda il concorso, la selezione di martedì è stata aperta dal cortometraggio Robert and June (and All the Time in the World), diretto dal regista statunitense Jem Cohen: affidato quasi esclusivamente alle immagini, nell’arco di venti minuti il film colleziona frammenti di vita delle due persone del titolo, con un amalgama di memoria e malinconia. Toni e atmosfere totalmente opposti nell’opera successiva: The Thing in the Coffin, mediometraggio realizzato dall’ungherese Péter Lichter. La “cosa nella bara” fa riferimento a Dracula: The Thing in the Coffin costituisce infatti una sorta di originalissima trasposizione del romanzo di Bram Stoker attraverso il linguaggio della video-arte, adottando un frenetico montaggio che lega insieme fotogrammi e brevissimi spezzoni di decine di film preesistenti.
L’idea di Péter Lichter, infatti, è quella di recuperare tasselli di numerose pellicole su Nosferatu e Dracula (ma anche di film su altri argomenti) e rielaborarli con esplosioni cromatiche che, in sessanta minuti, ci restituiscono la storia di Dracula mediante suggestioni legate a forme e colori e al ritmo incalzante del montaggio. Un andamento assai più lento e contemplativo caratterizza, al contrario, The Rib of the Greater Bay Area, co-produzione fra Cina e Hong Kong diretta da Zhou Tao: un piano sequenza di settanta minuti che, con un taglio iper-minimalista, punta a restituire immagini di persone presso un’area costiera. Si tratta però dell’opera decisamente meno convincente della giornata: un ‘esperimento’ fine a se stesso che rischia di mettere a dura prova la pazienza degli spettatori.Due piccoli, grandi film sulla Spagna ai tempi del franchismo
Ma come già anticipato, l’autentica perla di questa giornata di Festival è stata costituita dai due film presentati nella sezione Lezioni di storia, a cura di Federico Rossin, importante studioso del cinema spagnolo. Il tema della sezione, per quest’anno, è infatti il cinema sperimentale ai tempi del franchismo, e a Pesaro abbiamo avuto l’occasione di vedere, nelle copie fornite dalla Filmoteca Española, due mediometraggi ‘perduti’ in quanto per lungo tempo furono vittime della censura. Si tratta di Antoñito vuelve a casa (Antoñito torna a casa) di Manuel Revuelta e di Margarita y el lobo (Margarita e il lupo) di Cecilia Bartolome, realizzati entrambi nel 1969 all’interno di un’accademia di cinema e condannati all’oblio per ragioni politiche. Opera unica di Manuel Revuelta, Antoñito torna a casa si apre con la lunga sequenza di un bambino intento ad alzare il braccio nel saluto fascista e prosegue con una serie di scene, soprattutto di carattere familiare, che irridono la società e i valori della Spagna del franchismo.
Un approccio molto simile a quello adottato in Margarita y el lobo da Cecilia Bartolome, regista che sarebbe tornata a lavorare solo dopo la fine della dittatura di Francisco Franco, pur rimanendo sempre ai margini dell’industria. E questo suo mediometraggio d’esordio già fornisce la prova di un talento sorprendente, mescolando con disinvoltura il realismo e la leggerezza di certe nouvelle vague europee degli anni Sessanta con pennellate di surrealismo di matrice buñueliana, corredando il racconto anche con alcuni bizzarri numeri musicali: il risultato è un ritratto ironico e dissacrante della cultura patriarcale nella Spagna franchista, con le sue tensioni latenti. Poter riscoprire perle del genere, testimonianza di un cinema capace di raccontare davvero la propria epoca a dispetto delle maglie del regime, è una delle principali ragion d’essere – nonché uno dei maggiori piaceri – di una manifestazione come il Festival di Pesaro.