Philip Seymour Hoffman: cronaca di un eterno sentire
Il 23 luglio Philip Seymour Hoffman avrebbe compiuto cinquantanove anni: la sua assenza continua a occupare uno spazio preciso nell'immaginario di chi guarda al cinema per capire cosa significhi essere in difficoltà, in imbarazzo, di fronte alle cose del mondo.
Il fisico ingombrante dell’attore americano, la pelle arrossata, il fiato corto di chi porta addosso un peso non solo fisico, ma morale. Tutti elementi che diventavano un vero e proprio lessico nei film che Philip Seymour Hoffman ha reso unici con il suo sconfinato talento. In un'industria che premia spesso e volentieri la bellezza statuaria (ormai a qualunque età, peraltro) lui ha costruito una carriera intera giocando in un'altra categoria. Lo ricordiamo in Boogie Nights (1997), l'assistente di scena Scotty J., innamorato e ridicolo, che piange nella sua auto dopo un bacio rifiutato: Paul Thomas Anderson gli affida l'imbarazzo più puro che il cinema americano degli anni Novanta abbia saputo raccontare, e Hoffman lo restituisce senza un grammo di autocommiserazione - il che, semmai, è ancora più straziante. È lì che probabilmente abitava il suo alfabeto: nella vergogna più profonda, nel timore del giudizio altrui.
Eppure è con Todd Solondz, nel 1998, che Hoffman tocca il fondo più scomodo della sua arte. In Happiness interpreta Allen, l'uomo che telefona a sconosciute per masturbarsi ascoltandole, e insieme il vicino patetico e disperato che desidera un amore che non saprà mai chiedere in modo normale - qualsiasi cosa voglia dire. Solondz non concede scorciatoie morali e Hoffman, di rimando, non chiede allo spettatore alcuna assoluzione: costruisce un personaggio ripugnante e insieme irrimediabilmente umano. Fu, con quello di Boogie Nights, il ruolo che lo fece notare alla critica più colta ed esigente; quello in cui si capì che il suo terreno non sarebbe stato l'eroe ma lo scarto, il residuo, ciò che il cinema hollywoodiano spesso preferisce non mostrare.
Il capolavoro resta Capote (2005), l'Oscar che consacrò quella voce nasale e quel corpo che si autocontraddice continuamente: Hoffman non imita Truman Capote, lo abita da dentro, ne mostra la vanità e insieme il tradimento morale nei confronti degli assassini che aveva promesso di aiutare pur di finire il suo libro. È un ritratto crudele sulla scrittura come parassitismo ed è forse il film in cui l'attore più si avvicina a una riflessione sul proprio stesso mestiere: mettere in scena il dolore altrui per costruirci sopra una carriera.
Non c'è retorica dell'eredità che tenga: Cooper non recita "come" il padre, non ne ha il timbro e sarebbe ingeneroso ridurlo a un'eco. Ma qualcosa, nella scelta dei ruoli, in quella disponibilità a esporsi senza vanità, sembra ricordarcelo comunque, come un'attitudine più che un'imitazione. Forse per un attore è questo il modo più onesto di essere ricordato: non in un premio o in una monografia, ma in un gesto che qualcun altro continua, altrove.