Prima dell’alba: come venne accolto all'uscita il cult di Linklater
Com’era davvero accolto Prima dell’alba nel 1995? Tra entusiasmi, stroncature e paragoni ingombranti, la critica dell’epoca racconta un film tutt’altro che unanimemente amato
Sono passati trent’anni (ormai trentuno) dall’uscita nei cinema di Prima dell’alba di Richard Linklater, e ad oggi il primo capitolo della trilogia “Before”, con protagonisti Ethan Hawke e Julie Delpy, è considerato un cult assoluto del cinema romantico e un film emblema della generazione X, di cui Linklater è diventato uno dei narratori più riconosciuti. Ma fu davvero così amato all’epoca? In che termini, e con quali giudizi, fu accolto dalla critica del momento?
Tra Sundance e Berlino: un debutto tra premi e contestazioni
Prima dell’alba fu presentato al pubblico per la prima volta il 19 gennaio 1995 al Sundance Film Festival, e poco dopo quella proiezione Linklater volò alla Berlinale dove, presentato in concorso, vinse l’Orso d’Argento per la migliore regia. Quell’edizione fu piuttosto criticata per la vittoria di Bertrand Tavernier con L’esca (il favorito era Smoke di Wayne Wang), ma ciò che colpisce, leggendo il reportage della premiazione scritto da Lietta Tornabuoni su La Stampa del 21 febbraio 1995, è che ci furono “fischi e deplorazioni pure per Richard Linklater, regista americano di Before Sunrise, che dalla contentezza pare tarantolato: oscilla, si dondola, balbetta”.
In un articolo apparso sul numero di Sight & Sound di maggio 1995, scritto da Ben Thompson poco dopo il Sundance, l’autore teneva già a sottolineare l’esistenza di un comune fraintendimento sul lavoro di Linklater, riferendosi ai due principali argomenti critici che avrebbero dominato la ricezione del film: “Dalla voce della ‘Generazione X’ all’Eric Rohmer texano, la saggezza convenzionale su Linklater rende poco giustizia alla distintività del suo lavoro. Viene abitualmente discusso in termini di disconnessione e disimpegno, ma è per la connessione e l’impegno che dovrebbe essere più celebrato”.La critica italiana: tra entusiasmo e categorie critiche
Mettendo qui da parte la prospettiva del film cult (una prospettiva attuale, storicizzata), quello che le recensioni del 1995 ci rivelano è che la critica italiana dell’epoca usava il frame rohmeriano e quello generazionale sia per elogiare sia per negare a Linklater l’appartenenza virtuosa a un certo tipo di cinema.
Tra chi li usava entrambi in senso positivo, Irene Bignardi di Repubblica era stata tra le prime a scriverne: in una recensione dal festival descriveva Prima dell’alba come “un piccolo film gentile, intelligente ed abile” e “il ritratto più gentile ed ottimistico che si sia visto finora sugli schermi della generazione X”. In una seconda recensione, scritta in occasione dell’uscita italiana nell’aprile dello stesso anno, parlava invece direttamente di “questo Rohmer all’americana” e di un film capace di far pensare positivamente all’improvvisazione: “E in questa spontaneità ben simulata, nel finale tinto di malinconia, nel ritmo semplice e naturale, così lontano dalle tappe incalzanti e brucianti che sembrano indispensabili oggi per raccontare una storia d’amore (e/o di sesso), sta lo charme di Prima dell’alba”. Sulla stessa linea era Ettore Segni, che sulla Rivista del Cinematografo dell’aprile 1995 sintetizzava con formula asciutta ma celebrativa: “Un film delicato, originale. Un messaggio reso credibile dai due interpreti, eccellente espressione della generazione X”. In entrambi i casi, i due frame si rafforzavano a vicenda: il film era raffinato perché rohmeriano, e sociologicamente autentico perché i suoi personaggi erano riconoscibili rappresentanti di quella generazione.
Altri critici usavano gli stessi strumenti in modo più dialettico. Enzo Natta de La Rivista del Cinematografo (luglio-agosto 1995) citava Rohmer e “l’occhio costantemente rivolto al cinema francese”, ma usava quel riferimento per riflettere in modo più specifico sul metodo di lavoro di Linklater, un approccio che “ricorda un po’ quella ‘comunità’ tra regista e interpreti che voleva Truffaut, quel vivere assieme nella vita di tutti i giorni per poi ritrovare e riproporre sul set le stesse sensazioni provate e verificate nella realtà”. Giona A. Nazzaro, su Duel nel maggio del 1995, elogiando largamente il film, usava la derivazione francese proprio per smontare le critiche al film: “Ogni scelta di regia è sempre rigorosamente dentro le possibilità delle vite dei protagonisti. Fanno ridere quindi le accuse di artificiosità e letterarietà mosse al film”. Allo stesso tempo, Nazzaro rivendicava per Linklater una piena appartenenza al cinema americano contemporaneo: “dopo Tarantino e Avary, Smith (Clerks) e Linklater aggiungono un nuovo tassello al cinema della parola americana”.
Il nodo generazionale e le prime stroncature
Il caso più interessante sul versante generazionale era però quello di Aldo Fittante su Segnocinema (maggio-giugno 1995), che, dopo aver raccontato i film precedenti di Linklater come virtuosi racconti generazionali, scriveva: “Before Sunrise è una specie di chiusura del cerchio: un’attestazione storica di uno stato delle cose generazionale. I giovani non sono perduti proprio perché sono perduti, per sempre. Affrancati dalle ideologie dogmatiche, colti e raffinati, figli sani del meglio del ’68”. Sul fronte rohmeriano, però, Fittante era più scettico di Nazzaro: Linklater “spara quasi tutte le sue cartucce nello script, mentre la regia gira a sottrazione”. Alessandro Paesano, sul bimestrale Film (numero di luglio-agosto 1995), muoveva invece dal riferimento rohmeriano per concludere che il film “non scade mai nel banale, nonostante vi costeggi funambolicamente”. Decisamente meno indulgente fu infine Alberto Crespi, che su L’Unità del 15 aprile si esprimeva senza mezzi termini, dicendo che “di un piccolo Rohmer made in USA non si sentiva eccessivamente la mancanza”.
Nella recensione di Tullio Kezich per il Corriere della Sera del 15 febbraio 1995, scritta direttamente dalla Berlinale (quindi tra le prime in assoluto), non c’è invece traccia di Rohmer e si portava Prima dell’alba nel territorio del neorealismo italiano: “Un progetto che sarebbe piaciuto a De Sica e Zavattini: e come non dire che Prima dell’aurora è una versione aggiornata di Stazione Termini?”.
La stroncatura dei Cahiers du cinéma e la consacrazione a cult
Ma cosa ne pensavano i Cahiers du cinéma, quella rivista che più di ogni altra aveva costruito il culto della Nouvelle Vague? La risposta, nel numero di aprile 1995, fu una stroncatura, tanto più paradossale se si pensa che trent’anni dopo quegli stessi Cahiers avrebbero accolto con entusiasmo Nouvelle Vague (2025), il film presentato in concorso a Cannes con cui Linklater rimette in scena Fino all’ultimo respiro di Godard. Nel 1995, su Prima dell’alba, i Cahiers lamentavano un “ultra-minimalismo non convincente” e cercavano di ricondurre Linklater nei ranghi della sua cinematografia nazionale: non solo perché “la scelta di Vienna non sembra essere giustificata se non dalle casualità di una co-produzione, e l’idea di un casting franco-americano fa cilecca”. Si parla proprio di una gioventù da “encefalogramma piatto”, in un film dove “bisogna constatare che non vi è stata messa abbastanza passione perché questa tisana tiepida riesca a stimolare il nostro appetito”.
Troppo europeo per essere solo americano, troppo americano per essere solo europeo, oggi Prima dell’alba è un cult amato da diverse generazioni, elogiato da ogni fronte. Questo amore per il film e per Linklater ci ricorda allora come questo non sia figlio di un’epoca o di una cinematografia precisa, ma del tempo e del suo scorrere. Come scriveva a riguardo Tullio Kezich: “Spinto all’indietro, barca controcorrente verso il proprio passato, lo spettatore è indotto a riassaporare i momenti magici vissuti in due e a riflettere sul mistero doloroso della vita”.