Quando un finale divide: un problema del film o dello spettatore?

Dal cinema alle serie TV, la chiusura è diventata un servizio al pubblico. Ma quando un finale consola, spesso tradisce il racconto

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Negli ultimi anni si è imposto un criterio silenzioso ma pervasivo nel giudizio su film e serie: il finale deve essere soddisfacente. Non nel senso di coerente o ben costruito, ma nel senso più pericoloso del termine: deve rassicurare, chiudere, ricompensare. Deve rimettere tutto al proprio posto. Se questo non accade, scatta immediatamente l’accusa: finale sbagliato, finale incompleto, finale che “non rispetta il pubblico”. Il punto è che questo bisogno di chiusura totale non nasce dalle storie, ma da come siamo stati educati a consumarle. In un’epoca di binge watching, thread esplicativi e video “finale spiegato”, abbiamo sviluppato una crescente intolleranza per tutto ciò che resta sospeso, ambiguo o emotivamente scomodo. L’ambiguità, da scelta narrativa, è stata degradata a errore da correggere.

Eppure molti dei finali più discussi degli ultimi anni non sono tali perché confusi, ma perché rifiutano deliberatamente di essere consolatori.

Il caso di Inception (2010, di C. Nolan) resta emblematico: il film si chiude sospendendo la risposta alla domanda che lo spettatore considera centrale. La trottola che continua a girare non serve a ingannarci, ma a spostarci altrove. La storia decide che la verità “oggettiva” non conta più quanto la scelta emotiva del protagonista. È qui che il pubblico si divide: non sull’interpretazione, ma sull’idea che una storia possa sottrarsi al nostro bisogno di controllo.

Ancora più brutale è The Sopranos: la serie si interrompe senza avvertire, nel mezzo di una scena quotidiana. Nessuna conclusione, nessuna risposta. Solo un taglio netto. Quel nero improvviso è stato vissuto come un tradimento, ma in realtà è una dichiarazione radicale: la vita del protagonista non è una narrazione con un finale ordinato, ma una tensione perpetua. Il rifiuto della catarsi non è una provocazione: è coerenza.

Saltando ai tempi recenti, Succession ha dimostrato che anche un finale chiarissimo può risultare insopportabile. Il potere viene assegnato, i giochi si chiudono, ma lo fa lasciando dietro di sé solo relazioni distrutte e personaggi svuotati. Non c’è nessuna vittoria emotiva da celebrare. Tutto torna, ma nulla consola. Ed è proprio questo vuoto che ha diviso il pubblico, abituato a confondere la chiusura narrativa con una ricompensa morale.

Leave the world behind - Netflix

Ancora più recente e controverso è Leave the World Behind (Il mondo dietro di te, 2023). Il film si chiude interrompendo bruscamente qualsiasi risoluzione degli eventi catastrofici messi in scena. Non spiega cosa accadrà al mondo, né se i personaggi sopravvivranno. Sceglie invece di fermarsi su un gesto intimo e apparentemente banale, lasciando lo spettatore sospeso in una sensazione di impotenza. Molti lo hanno accusato di “non finire”. In realtà, finisce esattamente dove vuole: nel momento in cui il controllo ci viene sottratto.

Un discorso simile vale per Killers of the Flower Moon (2023). Il film non si conclude con una classica risoluzione giudiziaria o morale, ma con uno scarto meta-narrativo che mette in crisi lo stesso atto di raccontare quella storia. Invece di offrire una catarsi, il finale ricorda allo spettatore che nessuna punizione, nessuna sentenza, nessun film può davvero risarcire ciò che è stato distrutto. È una scelta che ha spiazzato proprio perché rifiuta l’idea di un “finale giusto”.

Nel 2024, Civil War ha alimentato un dibattito simile. Dopo aver costruito una tensione crescente, il film si chiude in modo secco e anti-spettacolare, evitando qualsiasi epilogo rassicurante sul destino politico o morale dei personaggi. Non c’è un messaggio conclusivo, non c’è una lezione chiara. C’è solo il silenzio dopo il trauma. Per molti, un finale frustrante. Per altri, l’unico possibile.

E poi c’è The Bear, che nelle stagioni più recenti ha scelto di chiudere lasciando i personaggi sospesi, emotivamente e professionalmente, senza offrire una vera stabilizzazione. Non perché la storia non sappia dove andare, ma perché rifiuta di fingere che la crescita personale sia lineare o definitiva. Anche qui, la divisione nasce dal rifiuto di un punto fermo.

The Bear - Fx Productions

Il filo rosso è evidente: oggi i finali che fanno discutere non lo fanno perché oscuri, ma perché non restituiscono allo spettatore ciò che si aspetta di ricevere. Non spiegano tutto. Non riparano tutto. Non pacificano. Eppure il paradosso è questo: conviviamo con un numero crescente di storie dai finali “corretti”, ordinati, perfettamente spiegati, che però evaporano subito dopo la visione. Funzionano mentre scorrono, ma non lasciano residui. Perché un finale che sistema tutto non chiede nulla a chi guarda. Non lo costringe a tornare sul racconto. Non lascia ferite. E senza ferite, non c’è memoria.

Il problema non è la chiarezza, né l’ambiguità in sé. L’idea che un finale debba sempre accompagnarci all’uscita senza attrito, senza disagio, senza domande irrisolte è una prassi degli ultimi tempi, come se dovessimo per forza dimenticare immediatamente per passare al film successivo. Così facendo, però, il racconto smette di essere un’esperienza e diventa un servizio.

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