Roger Corman: l’arte di fare cinema con due spicci (e un genio fuori scala)
Roger Corman, 100 anni per il re della serie B che ha rivoluzionato Hollywood: tra budget ridotti, intuizioni geniali e cult immortali, il ritratto di un regista capace di trasformare i limiti in puro cinema.
È l’uomo che ha insegnato alla filiera cinematografica americana a tirare la cinghia: il prolifico profeta della parsimonia produttiva, l’affilato e sanguinolento rasoio di Occam dell’industria della celluloide. Per la critica più oltranzista Roger Corman sarà pure stato poco più di un cialtrone, ma dietro ai set di cartapesta e ai ciak ridotti all’osso si nascondeva un filmmaker con una limpida concezione della narrazione per immagini, un visionario capace di trasformare le ristrettezze economiche in un’opportunità e in un marchio di fabbrica.
Una macchina da cinema inarrestabile
Una media di tre regie all’anno tra il 1955 e il 1971, senza contare la sua bulimica e dispersiva attività da produttore esecutivo “un tanto al chilo”, che nel giro di mezzo secolo lo portò a mettere il suo sigillo su centinaia di pellicole: dai prosperosi prison-movie al femminile degli anni ’70 alle versioni per il mercato USA di capolavori europei come Amarcord, Sinfonia d’autunno e Il tamburo di latta. Senza dimenticare il trash più corrivo destinato all’home video e i primi passi, ancora acerbi, dei suoi apprendisti più promettenti: il Francis Ford Coppola di Terrore alla 13ª ora (1963), il Martin Scorsese di America 1929 - Sterminateli senza pietà! (1972) e il Ron Howard di Attenti a quella pazza Rolls Royce (1977).
A essere sinceri, la prima metà della sua filmografia, concentrata nei tardi anni ’50, è troppo disorganica e raffazzonata per essere presa in blocco: si va da carnevalate indifendibili come L’assalto dei granchi giganti (1957) e Adolescente delle caverne (1958) a esiti più curati come il fantascientifico Il vampiro del pianeta rosso (1957), con il suo alieno ematofago impegnato in improbabili “trasfusioni interstellari”, e il noir La legge del mitra (1958), con un Charles Bronson ancora agli inizi.La svolta: ironia, autocoscienza e Dick Miller
Il punto di svolta arriva nel 1959 con lo spassoso Un secchio di sangue, declinazione moderna de La maschera di cera (1933). Nel cameriere goffo che uccide per trasformare le sue vittime in opere d’arte, Corman mette in scena una beffarda autoironia sul proprio cinema: consapevole dei propri limiti ma perfettamente in grado di giocare con essi. Indimenticabile la prova del suo attore feticcio Dick Miller.
Nello stesso anno, con spirito simile, gira in appena due giorni La piccola bottega degli orrori: il suo titolo più celebre, ma anche uno dei più sopravvalutati, destinato a trovare una forma più compiuta nel musical del 1986.
Il vero salto di qualità arriva con I vivi e i morti (1960), primo capitolo di una serie di otto adattamenti – liberissimi ma coerenti – da Edgar Allan Poe. Atmosfere gotiche, stanze avvolte da ragnatele, destini segnati e un senso di morte palpabile definiscono il ciclo, impreziosito dall’istrionico Vincent Price, presenza quasi costante.
Il vertice è probabilmente Il pozzo e il pendolo (1961), che perfeziona ogni elemento: manieri maledetti, traumi familiari e una regia opprimente, con un Price memorabile e il contributo della scream queen Barbara Steele.
Tra antologie, politica e America malata
Un divertimento puro è I racconti del terrore (1962), con Price affiancato da Peter Lorre e Basil Rathbone.
Nello stesso anno, però, Corman sorprende con L’odio esplode a Dallas, film apertamente politico: niente mostri soprannaturali, ma quelli reali dell’America razzista e paranoica. Un flop al botteghino, ma un’opera lucida e coraggiosa, con un sorprendente William Shatner.
Con L’uomo dagli occhi a raggi X (1963) torna alla fantascienza, riflettendo sul ruolo della scienza e sulle implicazioni dello sguardo.
Poi arriva La maschera della morte rossa (1964), forse il suo film più visivamente ambizioso: un incubo in Technicolor con ambizioni quasi bergmaniane.
In piena era hippie firma Il serpente di fuoco (1967), viaggio lisergico tra allucinazioni e controcultura, oggi piccolo cult da riscoprire.
Gangster, fine di un’epoca e ultimo colpo
Negli anni successivi si cimenta con il gangster movie: Il massacro del giorno di San Valentino (1967) e soprattutto Il clan dei Barker (1970), con Shelley Winters e un giovanissimo Robert De Niro. È il suo ultimo vero colpo da regista prima di dedicarsi quasi esclusivamente alla produzione.
Nel 1990 torna dietro la macchina da presa con Frankenstein oltre le frontiere del tempo, una delle riletture più originali del mito, in cui convivono fantascienza, letteratura e metacinema. Un oggetto anacronistico e coerente con tutta la sua poetica.
Un unicum, purtroppo, che dimostra quanto poco fosse cambiato e suggella la carriera di un autore che, a cento anni dalla nascita, meriterebbe di essere riscoperto ben oltre la dimensione del culto.