Sempre più registi parlano bene dell'AI
Da Spielberg a Scorsese, una schiera di veterani sta aprendo le porte di Hollywood all’intelligenza artificiale. Una parte del pubblico cinefilo è però la più contraria. Una frattura che potrebbe non rimarginarsi più
Per gran parte della sua carriera, Martin Scorsese ha disegnato a mano gli storyboard dei propri film. Ora non più, o quasi. Ad aiutarlo ci pensa FLUX, uno strumento della start-up di AI generativa Black Forest Labs, di cui il regista è diventato advisor. «Con questo strumento posso condividere ciò che visualizzo in modo più chiaro ed efficiente con il mio team creativo», spiega in un video che in questi giorni agita il web. Ma Scorsese è solo l'ultimo - e più rumoroso - dei grandi autori del cinema che stanno cambiando approccio sull'AI. Qualcosa che il pubblico sembra vivere come un tradimento.
Da quando l'AI generativa è entrata nel discorso, la questione si è posta in modo secco: insulto alla creatività, furto o futuro inevitabile. Ora che questi strumenti diventano reali, e bussano alle porte dei grandi Studios e non solo, la musica cambia, e arrivano i distinguo, le zone grigie.A mostrare una svolta è stato anche Steven Spielberg, ospite del podcast IMO di Michelle Obama e Craig Robinson: «Usate l'AI come uno strumento, ma non come l'ultima parola su nulla che sia creativo. Non c'è sostituto per l'anima». Sfumature, cambi di prospettiva, che si fanno sempre più comuni nelle alte sfere di Hollywood e non solo. A Cannes, Peter Jackson ha alzato il tiro in una masterclass: «Per me l'AI è solo un effetto speciale. Non è diverso dagli altri effetti speciali». Sempre sulla Croisette, Steven Soderbergh ha presentato John Lennon: The Last Interview, documentario in cui il 10 per cento del minutaggio - le parti in cui Lennon e Yoko Ono parlano in termini astratti, impossibili da illustrare con archivio - è generato da AI in partnership con Meta. «Non mi sento minacciato», aveva detto a Variety. «Mi spaventano solo le cose che non capisco». Per il prossimo film, Soderbergh ha confermato l'uso di «molta AI».
Quattro grandi nomi in poche settimane, una stessa frase ripetuta in versioni leggermente diverse: l'AI è solo uno strumento, al centro restiamo noi, gli artisti.
Registi che hanno deciso di non fare la guerra al futuro, ma di capire se dentro quel nuovo orizzonte ci sia un posto per loro. È anche una questione di orgoglio, forse. Non ammetteranno mai che l'AI possa sostituirli, ed è per questo che sono i primi a volerla adottare; ottimizzare senza cedere il controllo, tenendo saldo il valore delle proprie scelte. Per tacere degli interessi che molte compagnie di AI hanno nel mostrare la complicità di nomi così importanti nell’industria dell’intrattenimento.Del resto, autori come Jackson hanno sempre inteso il cinema nella sua doppia natura, arte e racconto ma anche tecnica e tecnologia, e immaginarli indifferenti a una rivoluzione paragonabile solo all'avvento del sonoro, all'arrivo della televisione o al passaggio al digitale, sarebbe irrealistico.
Appare chiaro quando parliamo di registi come James Cameron, che offre una prova concreta dell'ambivalenza del rapporto degli autori con l'AI. Il regista di Avatar siede nel board di Stability AI e sostiene che la sopravvivenza del blockbuster passi dal taglio drastico dei costi dei VFX. Contemporaneamente, definisce «terrificante» l'idea che l'AI generativa sostituisca gli attori.
Nonostante ciò, molto pubblico ha accolto con sospetto le parole del regista, che negli ultimi mesi ha annunciato di stare cercando «nuovi metodi» per ottimizzare e accelerare la produzione del prossimo capitolo di Avatar. «Please James, no», si legge sui social, dove serpeggia il terrore di un'AI addestrata sugli alieni di Pandora, capace di riprodurne le fattezze senza l'apporto umano sin qui fondamentale nella saga di Cameron.
Più esplicito di tutti, da mesi, è invece George Miller. L'autore di Mad Max parla di AI come di un'opportunità desiderabile. «È qui per restare», dice. «È molto più egualitaria. Renderà il filmmaking accessibile a chiunque abbia una vocazione».
Mentre i grandi registi aprono all'AI, il fronte del rifiuto cresce rapidamente e trova casa nella Gen Z. Secondo uno studio di Gallup-Walton Family Foundation, tra i giovani la rabbia verso la tecnologia è passata dal 22 al 31 per cento in dodici mesi; meno del 30 per cento dei giovani lavoratori si fida del lavoro AI-assistito, e del lavoro interamente AI quasi nessuno.
Quella che doveva essere la prima generazione di adottanti naturali si sta organizzando in opposizione. Lo si vede chiaramente su una piattaforma come Letterboxd, dove i film sospettati di aver usato l'AI sono oggetto di «review bombing». Come accaduto al film di Soderbergh durante la presentazione a Cannes. Il dibattito si accende tra i cinefili più attivi online, e sono loro a dettare il tono della discussione.
Uno dei titoli al centro della controversia è Dreams of Violets, 75 minuti di docudrama interamente generati da AI sulla resistenza civile iraniana. Il film debutterà il 10 giugno al Tribeca ed è il primo lungometraggio live-action interamente in AI accolto nel programma di un grande festival. Sotto al trailer, la maggior parte dei commenti ha denunciato l'opera per l'uso di questa tecnologia, nonostante il regista Ash Koosha si sia giustificato spiegando di non aver avuto altra scelta, in quanto artista in esilio.
Dalla parte degli oppositori, c’è il regista del momento, che infatti è un ventenne: l’autore di Backrooms, Kane Parsons. «Se potessi schioccare le dita e far sparire per sempre l'AI generativa, probabilmente lo farei - ha dichiarato -. Creativamente non mi dà alcun piacere usare quegli strumenti: ne tradisce completamente lo scopo». Per Parsons la tecnologia non è innovazione ma «il sintomo di un più ampio marciume culturale ed economico».
È il rovescio esatto della promessa egualitaria di Miller: il nativo digitale che avrebbe dovuto incarnarla la rifiuta. Un diniego che convince, non solo perché espresso dai primi posti del botteghino, ma perché con un film di genere costato 10 milioni di dollari e capace di superarne 100 d'incasso in sei giorni, il regista suggerisce che esistono altri modi per abbassare i costi e ottimizzare i profitti.
Non è l'unico a pensarla così. Da quando l'AI è al centro del dibattito, Guillermo del Toro ha preso una posizione netta. E quando può, non perde l'occasione di ribadire un concetto semplice: «Fuck AI».
E qui sta il ribaltamento più netto. Non sono più soltanto i registi a prendere posizione: è il pubblico a pretenderla, e a farne il metro con cui giudicare un artista. La sua posizione sull'AI diventa un test di appartenenza, la linea che separa creatori «veri» da quelli che hanno capitolato.
Da un lato il pubblico scava nel passato in cerca di incoerenze: a Scorsese sono stati rinfacciati i decenni spesi a difendere la pellicola, a combattere la colorizzazione dei classici, a stabilire cosa fosse «cinema» e cosa no. Dall'altro, si cercano conferme dai registi rimasti «dalla parte giusta».
In contrapposizione a Scorsese, un utente online ha rilanciato la foto della pila di storyboard disegnati a mano da James Gunn per il nuovo film di Superman, Man of Tomorrow; il regista ha risposto con un «nope» a chi gli chiedeva se anche lui, prima o poi, si sarebbe arreso all'AI.
Qualcuno fa notare l'ironia: l'uomo che ai cinecomic aveva negato lo statuto di cinema, battuto in integrità artistica proprio da un regista di supereroi.
La corsa al posizionamento, con ogni probabilità, è appena cominciata, ma la lista degli «autori buoni e cattivi» è già lunga. E se la posizione sull'AI diventa il metro con cui si misura un artista, il conto più salato rischiano di pagarlo proprio i più grandi. Per uno come Scorsese, che al cinema ha legato il nome e la vita, questa scelta potrebbe segnare profondamente il modo in cui verrà ricordato.