Speciale: Un Topolino Sotto Sfratto
Riscopriamo Un Topolino Sotto Sfratto, il fortunatissimo esordio alla regia di Gore Verbinski del 1997
Uomini e topi
I fratelli Smuntz ereditano una vecchia fabbrica di spago dopo la morte del padre, vecchio capitano d’industria e simulacro di un modo di fare impresa forse superato ma ricco di sentimenti, nel quale la famiglia è ancora un asset di prim’ordine nella cura dell’intera filiera. Ernie, gestore di un elegante ristorante, vorrebbe chiudere baracca e burattini e svendere tutto il prima possibile; Lars, svampito e managerialmente inetto, ha promesso al suo vecchio di prendersi cura di ciò che resta di una vita di lavoro. Per i due inizia una parabola discendente: nel ristorante di Ernie, da una scatola di sigari lasciata in eredità dal padre fuoriesce una famiglia di scarafaggi che si infiltra nella specialità del giorno e provoca un infarto al sindaco. Nel frattempo, Lars rifiuta la generosa offerta di una multinazionale che mira ad appropriarsi dei locali della Smuntz per sostituirla con una fabbrica di nylon. Ernie perde lavoro e posizione sociale, Lars viene cacciato di casa da una moglie stufa di sgomitare nel ceto medio (una tirannica Vicky Lewis, che l'anno dopo sarà la dottoressa Chapman nel Godzilla di Roland Emmerich). Sulla carta i due non hanno più nulla, ma forse non tutto è perduto: nel lascito testamentario del vecchio Smuntz c’è una misteriosa casa, che i due scoprono essere un’insospettabile magione progettata da un famoso architetto del diciassettesimo secolo. La grande catapecchia, che fa subito gola ai collezionisti, è abitata solamente da un topolino. Sbarazzarsi del roditore sembra facile, ma si rivela più arduo del previsto: il topo è dotato di intelligenza, intuito, destrezza e di un’infinita determinazione a non abbandonare la propria dimora. La caccia, finalmente, è aperta.

Il film di Verbinski è un grande calderone di richiami, influenze e rimandi a un modo classico ma mai ridondante di concepire il family movie: si parte da una situazione problematica, si passa il tutto in un brillante frullatore di disavventure pronte a scombinare le aspettative dei protagonisti e del pubblico, si restituisce una soluzione ottimale di rinnovato calore familiare e ritrovata concordia. E’ lo schema di Mamma Ho Perso L’Aereo, condito di un gusto per la gag alla Tom e Jerry e per una smaccata fisicità delle disavventure che oscillano tra le peripezie di Stanlio e Ollio e le mirabolanti cantonate di Joe Pesci e Daniel Stern, alle quali i disastri domestici di Nathan Lane e Lee Evans ammiccano più di una volta. Una delle idee alla base dello script fu proprio un "What if" volto a chiedersi cosa accadrebbe se gli inseguimenti alla Tom e Jerry fossero reali. All’inizio, i due Smuntz sono divisi e senza alcuna prospettiva di fare squadra: una grande casa e una mirabolante caccia a qualcosa di piccolo ma tremendamente astuto metterà in luce non solo tutto il potenziale sprecato che i due potrebbero esprimere insieme, ma anche la grande giostra di opportunità che la vita può nascondere in tutto ciò che è apparentemente insignificante, come un topolino. I due sono separati innanzitutto dalla filosofia di vita: uno è un materialista cinico, l’altro un idealista ingenuo. “Non hai più una casa, non hai più una moglie, non hai più nemmeno un mestiere, come fai a far finta di niente?” chiede Ernie, “Siamo a Natale, anziché rimpiangere quello che non abbiamo dovremmo essere grati per quello che abbiamo” replica Lars. La caccia al topo li unirà, regalando loro una rinnovata fratellanza nel nemico comune, ma solo per mettere in luce che l’unico modo di fare squadra è quello di ritrovarsi nel vincolo familiare, offuscato dalla bramosia di diventare finalmente ricchi. Il vecchio Smuntz l’aveva chiesto sul letto di morte: “Promettetemi che non venderete mai la Smuntz String a una di quelle multinazionali enormi, dovete dirigerla voi, tra fratelli, in famiglia”. E il motto con il quale il vecchio patriarca ha fatto fortuna, “Un mondo senza spago è il caos”, rivive nella capacità delle piccole cordicelle prodotte in fabbrica di legare insieme ciò che è diviso, come due fratelli che sembrano non avere più nulla in comune. “Ti ricordi quanto eravamo uniti da piccoli?” chiede Lars, “No” replica secco Ernie. Ma la caccia al topo cambierà tutto, dilatando al massimo la distanza tra i due fino a riportarli, inevitabilmente, a coincidere.


Il bello è che il risoluto topastro non solo conosce bene gli umani e il loro modo di pensare, ma anche il loro modo ingenuo di tentare di immedesimarsi in un roditore. E’ dunque in grado di giocare di anticipo e di astuzia, tornando al punto di partenza della strategia umana e prendendosi gioco dei suoi avversari in grado di vedere la pagliuzza ma non la trave, come quando i due fratelli posizionano un pezzo di formaggio su una trappola lasciando incustodita l'intera forma, pronta a essere sgraffignata a dovere. A duello iniziato, Verbinski ha già messo il pubblico nella più completa e totale facoltà di pensare come il piccolo roditore, mostrando anche uno splendido piano sequenza dal punto di vista del topolino, che percorre gli anfratti e le intercapedini della vecchia dimora svelando un labirinto di strade e stradine nascoste tra mura, pareti e solai e del tutto inaccessibili al mondo umano. Per un regista è anche la ghiotta occasione di giocare con le dimensioni e mostrare, da un punto di vista enormemente più piccolo del nostro, cosa accade a un piccolo e solitario animale quando si batte un chiodo su una parete o si passa un semplice aspirapolvere. Nel pieno dello scontro, Verbinski ha inoltre già stabilito un rapporto empatico forte tra il pubblico e il piccolo eroe, mostrando il rifugio dove va a coricarsi dopo una giornata faticosa: dal piccolo giaciglio agli oggetti recuperati per l’arredamento del proprio minuscolo spazio vitale, tutto è perfettamente studiato per una vita meticolosamente organizzata e personalizzata, che rende il nostro topolino un personaggio a tutto tondo al quale non occorrono né un’espressività antropomorfa né l’uso della parola.
“E’ incredibile! Ha fatto scattare la trappola, ha mangiato l’oliva, e per sfotterci ha lasciato solo il nocciolo!” esclama Lars, “Direi che lo stai sopravvalutando, i topi non sfottono” minimizza Ernie. Di fatto, il roditore conta proprio sull’aspettativa di essere sottovalutato per far apparire ogni propria mossa come una scelta casuale. E quando l’uomo cerca di ragionare come un topo, è sufficiente invertire i ruoli e incastrare gli umani nello loro stesse trappole. E’ anche per questo che, alla fine, è impossibile prevalere su chi è un nemico solo in apparenza. Dalla guerra potranno uscire tutti vinti o tutti vincitori. Anche nel corso delle funamboliche avventure, è dura prendere definitivamente le parti di qualcuno: lo script di Adam Rifkin e, soprattutto, le interpretazioni di Lane e Evans, rendono difficile schierarsi e prendere posizione durante la caccia al topo. Non è un caso che la soluzione del conflitto si riveli una vittoria per tutti. Due anni prima dell'uscita del film nelle sale, anche Casper aveva ricordato al pubblico che disinfestare una casa sfrattando i suoi coinquilini storici non era la soluzione ottimale per nessuno. Ma se i simpatici fantasmi si contrapponevano alla perfida Carrigan e al suo goffo scagnozzo Dibbs, il topolino ha a che fare con due fratelli con i quali il pubblico tende inevitabilmente a simpatizzare. Ecco quindi che per i malcapitati Smuntz la chiave di una nuova vita non è nella vendita della vecchia casa, avuta senza un briciolo di lavoro e di passione, ma in una nuova idea per quella fabbrica nella quale far rivivere un benessere figlio di una tradizione familiare: “Ernie non dovremmo cercare di venderla ma di farla funzionare insieme!” aveva azzardato Lars in tempi non sospetti. Finalmente, l'attività di famiglia rivive con una nuova mission e un'idea di business assolutamente vincente. E il vecchio Smuntz, la cui anima riposa nel magico ritratto nel suo ufficio, può finalmente sorridere.

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Tocco di classe del film è inoltre l'ultima interpretazione del compianto William Hickey, voce del dottor Finklestein in Nightmare Before Christmas e autore del tormentone "Te la sei cercata, l'hai avuta, Toyota" in Forget Paris di Billy Crystal. Hickey morì durante le riprese, proprio come il vecchio Rudolf Smuntz, e il film gli venne dedicato con profonda commozione di cast e troupe. A distanza di quasi 20 anni, le peripezie dei fratelli Smuntz e l'arguzia di un topolino malauguratamente sotto sfratto sono ancora in gran forma, capaci di tenere incollati allo schermo dalla prima scena, degna della miglior commedia nera, fino a un epilogo per nulla scontato sotto il segno di un plot twist al formaggio.