FILM

The Doors: danzare nel fuoco con Val Kilmer per entrare nell’anima di Jim Morrison

Il film di Oliver Stone sulla band capitanata da Jim Morisson torna al cinema dal 13 al 15 luglio con Lucky Red. Un racconto di pura tensione artistica da vivere tutto d'un fiato.

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“Lei danza in un cerchio di fuoco e si sbarazza dalla sfida con una scrollata”. Iniziamo da questi versi per raccontarvi The Doors, il film di Oliver Stone dedicato a Jim Morrison e alla sua band, che ritorna al cinema dal 13 al 15 luglio distribuito da Lucky Red. Sono i versi, i primi, che Jim Morrison dedica alla compagna Pam. Qui dentro c’è tutto, il fuoco dell’arte che ardeva in Jim e quello che scatenavano i Doors sul palco, l’amore e la passione per la sua compagna e per tutto quello che faceva, la poesia. Sì, Jim Morrison è stato una rockstar, un’icona della musica, un pezzo di storia del rock. Ma è stato prima di tutto un poeta.

Il film di Oliver Stone ce lo ricorda sin dalle prime scene. Siamo già molto avanti con la storia, prima che il nastro la riavvolga e ci riporti ai suoi inizi. Siamo in uno studio di registrazione, di notte. Solo Jim Morrison, un microfono e un fonico. “Niente Doors” precisa l’artista. Vuole solo registrare le sue poesie. “Non sei una rockstar, sei un poeta” gli dice alla fine del film Pam. E la tensione tra il Morrison artista e il Morrison performer, tra il bisogno di fare arte e la tentazione della fama è uno dei fili conduttori del film.

Ammantare i Doors d’oro e rosso fuoco

Oliver Stone fa qualcosa di straordinario con The Doors. Le foto e i video che siamo soliti legare a Jim Morrison e i Doors sono in bianco e nero. Stone fa una scelta opposta a quella che avrebbe fatto molti anni dopo Anton Corbijn con i Joy Division in Control, che ai tempi aveva fotografato in bianco e nero e che ha sempre visto così. Oliver Stone dipinge invece il mondo dei Doors di colori caldi. Il giallo acceso del deserto arso dal sole, le luci dorate dei riflettori che accarezzano i capelli di Jim sul palco, creando attorno al suo volto una sorta di aureola e conferendogli quasi un’aura sacra, lo status di un santo laico.

C’è, in tutta la messinscena di The Doors, il senso del fuoco. Non a caso il primo poster del film raffigura il volto di Val Kilmer nel ruolo di Jim Morrison con la folta chioma di capelli rosso fuoco.

Un continuo fluire tra vita e arte, tra racconto e musica

Ma è straordinario anche il modo in cui Oliver Stone confeziona quello che è a tutti gli effetti un biopic rock che arriva quasi trent’anni prima di quel Bohemian Rhapsody che sembra aver codificato le nuove regole di questo genere. In tutti i film di questo tipo siamo abituati a vedere pezzi di vita delle rockstar con alcune canzoni chiave a fare da ellissi narrativa o a sottolineare alcuni momenti chiave ad alto tasso di emotività. Potremmo dire che The Doors sia un’ellissi narrativa continua. O meglio, è un continuo fluire senza soluzione di continuità tra la vita e l’arte, tra la mente dell’artista e il palco, tra il racconto, i dialoghi e la musica.

La sequenza che dal palco porta al viaggio nel deserto e ritorna sul palco con l’esibizione di The End, mentre alcune immagini evocate dalla canzone prendono vita, è magistrale e spiega alla perfezione questo concetto. Immagini e musica viaggiano insieme, sono coerenti, dialogano l’una con l’altra, si compenetrano. Mentre dedica alle registrazioni in studio i momenti legati al primo album, The Doors, e poi agli ultimi due, The Soft Parade e L.A. Woman, Oliver Stone continua a far ascoltare in modo quasi cronologico le altre canzoni dei Doors - anche in modo extradiegetico. E così ascoltiamo le canzoni arrivate da Strange Days in poi, anche se non sono eseguite in studio o su un palco.

L’anima di un artista e il mistero della fase creativa

Il punto è che in tutti i moderni biopic si racconta la vita degli artisti e si prova in qualche modo a raccontare anche la creazione artistica, spesso non riuscendo davvero a entrare in quel processo. In The Doors, Oliver Stone prova davvero ad addentrarsi nel mistero che è la nascita di una canzone o di un album. Impossibile, forse, ma Stone ne ricerca gli indizi, gli stimoli, le influenze. Da quel momento, durante l’infanzia, in cui la macchina di Jim incontra un’incidente con degli indiani navajo e l’anima dello sciamano sembra fluire in lui, alle influenze artistiche, alle droghe, alle visioni e alle relazioni. Così in questo film accade qualcosa a cui assistiamo sempre più raramente.

Non siamo solo spettatori di una storia, ma veniamo permeati dello spirito di un artista e di una band, sensazioni che vanno al di là del racconto, ma entrano in noi in modo quasi subliminale. È impossibile uscire dalla visione di questo film senza diventare fan dei Doors, appassionarsi a un viaggio che non è solo dentro la loro musica, ma è dentro un mondo. Complici anche le sfrenate (e perfette) ricostruzioni delle esibizioni dal vivo, The Doors è un film immersivo, avvolgente, coinvolgente. È un film che trasuda rock e arte. È uno dei rari casi in cui ci arriva davvero l’anima di un artista, il senso della sua arte, il suo intero mondo.

Lo sguardo di Oliver Stone non è mai moralista

“Io credo in un lungo, prolungato sconvolgimento dei sensi per raggiungere l'ignoto, Io vivo nel subconscio”. È una delle frasi celebri che il Jim Morrison di Val Kilmer pronuncia in The Doors. C’è anche questo nel film. Ci sono le droghe, le sostanze in grado di aprire “le porte della percezione”. E se - visto che The Doors è un film che fa storia a sé e viene molto prima degli altri biopic di questo tipo – l’opera di Oliver Stone rifugge dal solito schema ascesa – caduta – risalita – riscatto, anche le droghe vengono viste in modo diverso. Nei biopic di solito corrispondono al momento “caduta”. In The Doors no, anche se la vita di Jim Morrison in qualche modo è una lunga discesa verso il baratro. Le droghe sono considerate parte integrante del processo creativo, dell’arte dei Doors.

Anche se non si nascondono gli effetti di droghe e alcool sulla vita di Morrison, nello sguardo di Oliver Stone sulle sostanze non c’è mai niente di moralista. Stone, come narratore, non guarda mai Jim Morrison dall’alto, ma è sempre sul suo stesso piano, accanto a lui. Anzi, forse un gradino sotto, per come lo ammira. I Doors sono stati parte della sua vita, la colonna sonora del Vietnam, l’altro lato di un’epoca. E per questo si inseriscono perfettamente nella poetica di Oliver Stone. È stato detto che il regista americano giri ogni film come una sua personale guerra. The Doors è in qualche modo una pacifica guerra da parte dei Doors, e di tutto un movimento che viveva accanto e intorno al loro, per cambiare il mondo e le sue regole. “We want the world and we want it now”.

La reincarnazione di Jim Morrison in Val Kilmer

Non si può raccontare The Doors senza raccontare Val Kilmer. La sua interpretazione di Jim Morrison è uno di quei miracoli che accadono solo nel cinema. La sua è molto più di un’interpretazione: è una sorta di possessione (o, se preferite, di reincarnazione). Val Kilmer è Jim Morrison, la rockstar è in qualche modo entrata in lui. Val Kilmer non recita nella parte di Morrison, vive Morrison. C’è un’intera generazione, forse più di una, che ha iniziato a conoscere contemporaneamente il vero Jim Morrison e i Doors e quello portato da Val Kilmer sullo schermo. E che, spesso, se pensa al Re Lucertola, ha in mente il volto e il corpo di Kilmer tanto quanto quello del vero Jim. I due, nell’immaginario, sono ormai una cosa sola.

È per questo che, ancora oggi, quando in un film vediamo interpreti molto somiglianti all’originale, maniacali nel riprenderne il look e le movenze, bravissimi per come hanno studiato e preparato la parte, ci manca sempre qualcosa. Accanto a lui, in ogni caso, tutti sono perfetti. Meg Ryan è Pamela Courson, Kevin Dillon è John Densmore, Kyle MacLachlan è Ray Manzarek, Frank Whaley è Robby Krieger. Ancora oggi The Doors è un film irraggiungibile e irripetibile. “Sono il Re Lucertola io, posso tutto come un Dio”.

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