The Nameless Ballad e i suoi fratelli: l’horror italiano, una nuova speranza
L'horror italiano ritrova nuove leve e nuovi volti capaci di sperimentare senza paura, lontano da certi palcoscenici ma con l'ambizione di riconquistare il proprio posto. L'ultimo film di Federico Zampaglione si muove proprio verso questa direzione.
Per decenni l’horror è stato il genere di Serie B per eccellenza: budget risicati, effetti artigianali e una critica che lo guardava dall’alto verso il basso. Soprattutto, era un cinema costruito quasi solo sull’effetto shock: far accadere qualcosa per strappare allo spettatore un’inquietudine immediata. Poi, qualcosa cambia. Negli anni Dieci arrivano It Follows, The Witch, Scappa Get-Out ed Hereditary. Film che dimostrano che la paura può essere un espediente per raccontare qualcosa di più complesso e profondo: dal trauma al lutto, passando per la famiglia e il razzismo. Nasce così l’etichetta di “elevated horror”, dietro cui ci sono due case di produzione in particolare: Blumhouse e A24.
Per fortuna ci sono nuove voci che arrivano dal basso e puntano sempre più in alto, anche in un contesto come il nostro. Opere che hanno arriveranno a concorrere per gli Oscar, come quelle di Paolo Strippoli, e opere che puntano a rivendicare un’impronta ben definita entro i confini dell’horror – come The Nameless Ballad di Federico Zampaglione, in sala dal 5 novembre con FilmClub. Una nuova speranza c’è eccome, bisogna però sostenere chi ci crede davvero.
Un cortocircuito produttivo
Quest’anno film come Obsession e Backrooms, entrambi usciti in primavera, sono andati ben oltre le aspettative anche al box office italiano (rispettivamente 5,5 e 5,1 milioni di euro di incasso). Ma quando si parla di un cinema di genere tutto nostro, lo spettatore diventa scettico. Ed è curioso, se si pensa che tra gli anni Sessanta e Ottanta l’Italia presentava una squadra di cineasti che ha saputo inventare il gotico mediterraneo, codificare il giallo, anticipare lo slasher e il fund footage. Mario Bava, Lucio Fulci, Dario Argento, Pupi Avati, Riccardo Freda e Ruggero Deodato: maestri che hanno lasciato un segno indelebile su intere generazioni di registi, da Quentin Tarantino a Tim Burton, passando per John Carpenter e Nicolas Winding Refn. Oggi, quella tradizione la veneriamo, ma facciamo fatica a farla rivivere nel presente.
Un vivaio ricco
Ed è un peccato, perché i talenti ci sono. Lavorano quasi sempre ai margini, lontano dall’epicentri produttivi, con budget contenuti e mezzi limitati. Tra questi, citiamo Lorenzo Bianchini, friulano, che con Oltre il guado (2013) ha saputo costruire un horror rurale di pregevole fattura, guadagnandosi un piccolo culto anche all’estero. Mentre nel 2021 con L’angelo dei muri ha portato Pierre Richard in una Trieste spettrale. Luna Gualano, invece, ha saputo usare il genere come lente sul presente: in Go Home – A casa loro (2018), costato poco più di ventisette mila euro, ha scatenato un’apocalisse zombie davanti a un centro d’accoglienza romano. Cinque anni dopo, invece, con La guerra del Tiburtino III (2023) ha portato un’invasione aliena nella periferia della Capitale. E sempre nel 2023, Andrea Niada, con Home Education – Le regole del male, ha firmato un esordio capace richiamare i più grandi folk horror nordeuropei.
Anche il cortometraggio è diventato un laboratorio di sperimentazione di nuovi linguaggi per il genere. Playing God (2024) di Matteo Burani, horror in stop-motion passato dalla Settimana della Critica di Venezia che ha fatto il giro del mondo, fino ad entrare nella shortlist dei 15 migliori cortometraggi d’animazione per i Premi Oscar 2026. Un altro esempio è Juggernaut (2024) di Daniele ed Emanuele Ricci, che ha dimostrato che il dark fantasy si può fare anche in Italia. Tra i titoli che invece hanno provato a intercettare un pubblico più ampio, c’è sicuramente Mimì – Il principe delle tenebre (2023), una favola vampiresca ambientata a Napoli diretta da Brando De Sica. E infine, all’orizzonte si intravede Ferine, opera prima di Andrea Corsini che proverà a immergerci in un giallo moderno dalle atmosfere suggestive.
The Nameless Ballad e il cinema di Zampaglione
Capita spesso che molti di questi titoli trovino più spazio di circolazione nei mercati internazionali che in quelli italiani. È il caso dei film di Federico Zampaglione, un altro nome che opera lontano dal sistema nostrano. Tutti lo conoscono in qualità di frontman dei Tiromancino, ma da quasi vent’anni porta in parallelo una carriera da regista di genere. Dopo l’esordio con Nero Bifamiliare (2007), realizza Shadow (2009), un survival-horror che mescola elementi del thriller e dello slasher, e Tulpa (2012), omaggio dichiarato al cinema di Dario Argento. Il suo The Well (2023), arrivato in sala nell’estate del 2025, invece, rivendica apertamente la lezione dei grandi maestri italiani, a partire da Fulci e Avati. La storia è costruita su classici elementi del genere: un ghost house abbandonata, un quadro maledetto, una studentessa americana in viaggio in Italia.
Il 5 novembre arriva in sala The Nameless Ballad con Filmclub Distribuzione, dopo un’anteprima mondiale al Tubi FrightFest di Londra e un passaggio italiano al Ravenna Nightmare Film Festival e al Lucca Comics & Games. È il film più personale di Zampaglione (che lo ha scritto insieme a Barbara Baraldi, curatrice di Dylan Dog), perché nasce dalla sua esperienza da musicista. Il racconto segue infatti Sam, un giovane cantante britannico all’apice del successo che per ritrovare l’ispirazione si rifugia in una villa isolata della campagna italiana, dove oscure presenze saranno lì ad attenderlo. Oltre però a essere il lavoro più intimo del cantautore romano, è anche il suo film più stratificato e complesso, perché abbandona l’effettistica artigianale di The Well per abbracciare un registro più psicologico, vicino all’elevated horror contemporaneo.
Il paradosso e la speranza
C’è un filo che lega molti dei film che abbiamo citato fin qui: sono horror italiani girati in inglese. Da un lato, si tratta di una scelta di mercato comprensibile, dal momento che l’inglese rompe le barriere linguistiche e apre le porte della circolazione internazionale. Dall’altro, è anche una necessità, dovuta al fatto che è molto difficile trovare interpreti italiani disposti a mettersi in gioco in questo tipo di progetti. Ed è qui che un film come L’estranea di Paolo Strippoli può ribaltare (o quantomeno provare a farlo) il paradigma. Il regista barese ha portato in concorso a Venezia un horror familiare che non ha paura di nascondere la violenza, né fisica e né psicologica, che affonda le radici nella cultura pop del nostro paese. Ma soprattutto, ha convinto alcuni volti più riconoscibili del cinema italiano (Jasmine Trinca, Valeria Bruni Tedeschi, Adriano Giannini e Romana Maggiora Vergano) a misurarsi con questo genere.