FILM

The Nameless Ballad e la musica del Diavolo

Il nuovo horror di Federico Zampaglione riporta al centro della scena il legame tra musica e immaginario diabolico. Perché il cinema si lega così bene a questa tematica (e perché proprio Zampaglione può raccontarla come si deve).

Condividi

Oggi non viene in mente praticamente più a nessuno il parallelo, se non a qualche residuo del passato che non vuole aggiornarsi, ma fino a non troppi anni fa il rock più o meno duro era etichettato come musica del diavolo. Lo sa fin troppo bene Federico Zampaglione, che prima di essere un regista è un musicista di livello e ha messo al centro del suo nuovo film The Nameless Ballad, in uscita il 5 novembre con FilmClub Distribuzione, un cantante rock che dopo un ultimo concerto decide di prendersi una pausa e di isolarsi in una casa nei luoghi in cui è cresciuto, venendo assalito da fantasmi e da una melodia assassina che non gli dà tregua.

I Goblin di Argento e il culto di Morte a 33 giri

Come Zampaglione, lo hanno saputo molti registi e musicisti che hanno messo le chitarre elettriche, le batterie e i testi dell’hard ’n’ heavy al servizio del cinema di paura, sangue e spavento, fin dagli anni ’80, quando l’immaginario della musica e quello delle immagini truculente trovarono un punto d’incontro che partiva dagli spettacoli di Alice Cooper e si cementava con i fumetti della rivista Heavy Metal, che nel 1981 divennero un film a episodi infarcito di rock pesante (tra cui i padri del genere, i Black Sabbath), passando per Il fantasma del palcoscenico di Brian De Palma e il Rocky Horror Picture Show.

Al di là delle colonne sonore, in cui gli italiani furono pionieri grazie ai Goblin di Claudio Simonetti, che composero le musiche hard progressive dei film diretti o prodotti da Dario Argento, tra i quali Phenomena e Demoni, in cui compaiono niente meno che Iron Maiden, Saxon, Scorpions e Motörhead, l’impiego in chiave narrativa del metal ha come riconosciuto capostipite un film di culto, nonostante — o proprio grazie a — la sua mediocrità, vale a dire Morte a 33 giri, diretto da Charles Martin Smith nel 1986, anno d’oro della musica del demonio, che parte dall’amore per il genere e dalla reazione scomposta che le istituzioni conservatrici misero in atto per bloccarne il successo. C’è un ragazzino emarginato perché ascolta hard rock, un LP che, suonato al contrario, fa ascoltare la voce di un rocker dall’aldilà, Gene Simmons e Ozzy Osbourne come attori e una colonna sonora di puro rock duro curata dai Fastway, band nata dall’incontro tra ex membri dei Motörhead e degli UFO.

Da Rob Zombie a Deathgasm: il metal dietro la macchina da presa

Dall’altro lato della barricata, quello moralista, emerge un film per fortuna dimenticato come Black Roses, in cui una misteriosa band metal arriva in città per suonare e trasformare tutti in assassini. Poi, con il crescere dei fan del genere, come Stephen King, il rock e le possenti schitarrate diventano un modo per connettere il pubblico, se non proprio per salvare i protagonisti, e l’immaginario di cui anche la musica si nutre, fatto di sangue e violenza spesso ironica, viene esorcizzato proprio dalla forza delle note e del ritmo.

Già nel 1987 usciva Rock ’n’ Roll Nightmare, nel quale una star heavy non proprio credibilissima come Jon Mikl Thor sconfiggeva le presenze demoniache di una casa grazie al poderoso suono della sua band, ma il meglio lo hanno dato i film realizzati negli anni ’10 e ’20 del ventunesimo secolo, quindi dopo la sbornia nu-metal e quella rivoluzione che si chiama Rob Zombie, leader dei White Zombie, band che mescolava l’exploitation, la bassa definizione, l’industrial rock e il metallo tamarro, diventato un encomiabile regista di horror sporchi e inventivi come La casa dei 1000 corpi e La casa del diavolo. Se The Nameless Ballad sceglie atmosfere ambigue ed evocative, film come Deathgasm, per esempio, opera neozelandese di culto, pestano duro sul gore e lo splatter, restituendo un genuino divertimento e la passione per i generi, tanto il rock quanto l’orrore, che superano le barriere del low-cost.

Tenacious D e il destino del rock: dove ridicolo ed epico coincidono

Forse però la cosa migliore, almeno oltreoceano, venuta dal matrimonio tra rock e orrore, la si deve a un attore, fan del rock e capace di sorprendere in molte delle sue apparizioni: perché, oltre a essere interprete di film come School of Rock, Jack Black è anche membro di una band, i Tenacious D, che nel 2006 hanno realizzato un piccolo gioiello di umorismo scorretto, musica magnifica e horror demoniaco: si tratta di Tenacious D e il destino del rock, storia di un plettro che potrebbe distruggere o salvare il mondo e del diavolo che vuole impossessarsene. A vederlo e ascoltarlo sembra quasi la summa di un intero percorso, musicale e cinematografico, nel quale le risate non sono distacco ironico, ma la prova del coinvolgimento di un artista in un progetto in cui il confine tra ridicolo ed epico non esiste, come se fossero di fatto la stessa cosa.

Il nuovo film di Zampaglione, invece, al cinema con FilmClub Distribuzione, imbocca una strada più inquietante, una via al rock e all’horror più sottile: dopo la violenta “schitarrata” di The Well, punta sul suono di melodie più insinuanti, lasciando che la paura emerga poco a poco. Anche nell’alternanza di durezza e pause sta il segreto del rock migliore.

Continua a leggere su BadTaste