The Ring: riflessioni sparse per i suoi vent’anni
The Ring di Gore Verbinski compie vent’anni: ecco perché ci terrorizzò, tra proto-meme, viralità e scherzi telefonici
The Ring di Gore Verbinski compie vent’anni, ed è quasi impossibile parlarne senza parlare del 2002, e dei milioni di motivi che legano quell’anno (quel periodo, meglio) allo straordinario successo commerciale e culturale del film. Questo pezzo sarà quindi per forza di cose confuso, uno zibaldone di pensieri che nasce non solo da un’analisi critica del film a distanza di due decenni, ma anche al fatto che chi l’ha scritta aveva l’età giusta quando il film uscì, e finì quindi intrappolato nella sua rete senza possibilità di scampo. Preparatevi a un po’ di nostalgia, quindi, e se potete aprite il pezzo su Internet Explorer: vi aiuterà nell’immersione.
The Ring fece quindi, in un certo senso, quello che i vari Hero e La tigre e il dragone fecero per il wuxia e il cinema cinese: prese un genere tipicamente giapponese e lo riconfezionò per il pubblico occidentale, cercando nel contempo di snaturarlo il meno possibile così da far venire a un po’ di gente la voglia di andarsi a scoprire i modelli originali. Ovviamente la differenza tra The Ring e gli altri due film citati è che i secondi erano diretti da gente che veniva dai Paesi di riferimento, mentre Gore Verbinski è americanissimo; ma l’effetto sul pubblico fu lo stesso: una collettiva apertura d’occhi su tutto un mondo cinematografico da scoprire.
Grazie a The Ring imparammo a temere i fantasmi che si muovono a scatti e le bambine in generale; imparammo che non serve massacrare interi gruppi di adolescenti per intrattenere e spaventare, e che è possibile creare un jump scare anche con un oggetto inanimato e immobile. Ci confrontammo per la prima volta con una mitologia di tipo diverso da quella dei classici horror di fantasmi occidentali, che mescolava tentazioni quasi folk a pesantissimi metaforoni sull’abuso e la violenza in famiglia. È vero, avremmo potuto scoprire tutto questo andando direttamente alla fonte, e interessandoci di più a film provenienti da Paesi del mondo diversi dall’America; ma come dicevamo non era facile, e non tutti potevano permettersi questo tipo di esplorazione (mentre oggi chi vuole scoprire una filmografia non ha alcuna scusa, tra piattaforme di streaming e metodi meno convenzionali).
TBWP dimostrò che, incuriosendo la gente e nutrendola a bocconi e suggestioni, era possibile convincerla ad andare in sala in massa, a spendere soldi in biglietti, pop-corn e bevande gassate. The Ring ebbe quindi gioco facile a inserirsi su quella scia, visto che al centro di tutto il film c’erano un meme e l’equivalente video di un creepypasta (o di un video dei Tool), cioè questo:
Il meme in particolare è il vero segreto del successo di The Ring, successo arrivato prima ancora che il film uscisse in sala. “Sette giorni…”: quelle due semplici parole, pronunciate al telefono, bastarono per convincere milioni di persone che quello di Verbinski era il film da vedere, perché avrebbe fatto tanta paura ma anche perché avrebbe fornito materiale per spaventare gli amici per mesi a venire. Se avete meno di trent’anni probabilmente non ve lo ricordate, ma nel 2002 gli smartphone non erano diffusi quanto oggi, e non c’era niente di più hip di avere un Nokia 3310. E forse non vi ricordate neanche che al tempo era possibile nascondere il proprio numero quando si telefonava: bastava aggiungere *31# prima della chiamata, e il ricevente avrebbe visto solo “numero sconosciuto” sul suo schermo.
Ovviamente The Ring fu aiutato anche dal fatto di essere un gran film. Minimale nei dialoghi e nelle ambientazioni ma elegantissimo e quasi barocco nella messa in scena e in particolare nei movimenti di macchina, è un horror che si basa su una maledizione alla quale è apparentemente impossibile sfuggire – un’idea che di per sé è in contrasto con l’assunto standard degli horror occidentali, che prevedono che dove c’è un fantasma c’è anche un modo per sconfiggerlo. The Ring non trascura questo aspetto di detection che è una delle fondamenta dell’horror soprannaturale, ma lo ribalta e lo stravolge proprio sul finale, quando sembra che aver fatto le cose secondo le regole tradizionali possa salvare Rachel Keller e suo figlio.
Il doppio finale di The Ring, rivelato con stupore e raccapriccio dal piccolo Aidan, è ancora oggi uno dei momenti più agghiaccianti dell’horror di questo millennio, e l’intero ultimo atto è una paziente e crudele decostruzione di tutto quello che ci aspettavamo da un film di fantasmi. The Ring era un film che ti lasciava scosso e ancora preoccupato all’uscita dalla sala – una caratteristica che lo aiutò a cementarsi nella mente di una generazione per il discorso che facevamo prima sui 3310.