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Top Gun: si può odiare la guerra e amare un film come questo?

Tra nostalgia anni ’80, propaganda reaganiana e culto pop, Top Gun continua a farci volare: un film che oggi parla meno di guerra e più di libertà, desiderio e immaginario collettivo.

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Sequenze di batteria elettronica. Rintocchi di campane. Tappeti di tastiere. E una lunga intro che fa partire il famoso tema di Harold Faltermeyer. In controluce sagome nere di uomini e aerei si stagliano su un cielo rosso. Inizia così Top Gun, cult movie del 1986 diretto da Tony Scott che lanciava definitivamente nel firmamento delle stelle del cinema Tom Cruise. In occasione del quarantesimo anniversario, Top Gun torna al cinema il 13 e il 14 maggio, seguito da Top Gun: Maverick, il sequel del 2022, il 18 e il 19 maggio. È l’occasione di ripensare a quel film e di capire perché, a distanza di anni, questo film continui a piacerci ancora tanto, anche in tempi come questi. In cui ci sarebbe tutto per odiarlo. Rivedendolo, intanto, la prima cosa che ci è balzata agli occhi è come, dopo 4 minuti, senza troppi preamboli, il film entri subito nel vivo, nel cuore dell’azione. Una cosa che sarebbe piaciuta molto a Netflix, e alle sue teorie sull’attenzione. Erano almeno 30 anni prima di Netflix, e nessuno faceva questi ragionamenti. Ma Tony Scott, come il fratello Ridley, veniva dalla pubblicità. E di tempi del racconto se ne intendeva. 

Gli anni Ottanta e quell’America che sembrava la Terra Promessa

Ma perché amiamo tanto Top Gun? Prima di tutto perché nel 1986, quando lo abbiamo visto la prima volta, eravamo dei ragazzi, dei preadolescenti, o dei bambini, e ogni cosa vista in quel periodo di entra dentro e non ti lascia più. Da un certo punto di vista, ci piace allo stesso modo in cui, guardando Stranger Things, troviamo qualcosa di familiare, qualcosa che risuona nel conscio e nell’inconscio, nel nostro personale romanzo di formazione. È lo stesso schema in cui, quando ascoltiamo una canzone degli anni Ottanta proviamo un grande piacere, anche se non è tra le canzoni più belle di quegli anni. La chiamano nostalgia, ma è qualcosa di più complesso. E poi, allora, guardavamo all’America con gli occhi incantati di ragazzini che sognavano un posto dove tutto era più grande, più luminoso. Ci sembrava la Terra Promessa.

Top Gun è davvero un film di guerra?

Sì, ma oggi? Ci siamo resi conto di amare così tanto Top Gun ed odiare così tanto la guerra. La guerra, che, sia chiaro, va odiata sempre. Ma oggi più che mai è qualcosa di insopportabile e ingiusrtificabile. Così come, oggi, è diventata sempre più intollerabile quell’America che allora era il nostro sogno e oggi non è nemmeno più il punto di riferimento tra le giovani generazioni, che guardano altrove. La sensazione è di guardare Top Gun con un certo senso di colpa, per non parlare di Top Gun: Maverick, che ha una trama che sembra quasi giustificare, quattro anni prima, l’attacco americano all’Iran. Sarà anche per placare questi sensi di colpa, e provare a risolvere questa scissione del nostro cervello, che vogliamo provare a dare una risposta. Probabilmente Top Gun è così stilizzato, pop, patinato, in fondo astratto, che quella che vediamo in scena non sembra davvero guerra. Ci sembra più un simulatore di volo, un videogame, con quei puntatori verdi e rossi che si sovrappongono, nella soggettiva dei piloti filtrata attraverso i loro sistemi di rilevazione. O, al limite, un gioco di bambini con aerei giocattolo. Non è un caso che, in scena, ci siano tanti piloti che giochino con dei modellini. Ma, lo ripetiamo, forse è solo il nostro modo di rimanere coerenti con noi stessi. 

Un cinema figlio degli anni Ottanta

Top Gun è in tutto e per tutto un film figlio degli anni Ottanta. È un film simbolo di un certo tipo di cinema di quegli anni. È un film di propaganda, quella dell’America reaganiana, vincente ed egemone, quell’America che voleva governare il mondo non solo a livello politico, ma anche culturale. Però era quell’America giunta alla fine della Guerra Fredda, quella degli anni in cui il gelo si stava sciogliendo, la stessa di Rocky IV, più rilassata e benevola verso gli avversari. Se in Rocky IV l’America vince ma poi afferma che “tutto il mondo può cambiare”, in Top Gun non ci sono mai i MiG russi, ma i MiG libici, un avversario meno diretto. A cui il nostro Maverick, nel famoso volo rovesciato, fa il dito medio. Anche questo tono più scherzoso ci allontana da un film di guerra, o guerrafondaio, e ci sposta più verso il film d’avventura. Dell’America reaganiana, piuttosto, ci sono il senso della competizione (la Top Gun è la scuola dove si concorre per diventare il numero 1) e un altissimo tasso di testosterone che si respira in un mondo quasi tutto maschile.  

Il tempo ha messo una patina di ironia e romanticismo su Top Gun

Eppure, rivedendo adesso Top Gun, non si crede davvero a certe situazioni, a certe battute. È come se il tempo avesse mitigato, smussato certi aspetti del film. È come se gli anni avessero messo una patina di ironia, di distacco, di nostalgico romanticismo tra gli intenti iniziali, la materia originale, e quello che arriva a noi. È come se quel film nato per un motivo si fosse ribellato e avesse iniziato a vivere di vita propria, testimone di un’epoca e di attori in stato di grazia, piuttosto che portare con sé il suo messaggio. In fondo è come il suo protagonista, Maverick, un cane sciolto, un outsider, che è sì un militare, ma vive di regole tutte sue e con quel mondo si scontra continuamente. 

Tony Scott e il cinema che arrivava dalla pubblicità

Sono gli anni Ottanta, bellezza. E Top Gun è un esempio evidente, un caso di scuola, dell’arrivo sulla scena del cinema di una generazione di registi che venivano dalla pubblicità: Ridley e Tony Scott, Adrian Lyne, più tardi David Fincher. Quei registi si sono presi il cinema, e ne hanno cambiato i codici, la grammatica. L’uso della luce, irreale e eccessiva, in Top Gun, è un marchio di fabbrica che arriva dai “commercial”: guardate quelle luci chiarissime che filtrano dalle tapparelle. Guardate l’uso del controluce, come la scena d’amore che vede i due amanti su uno sfondo blu. C’è il ralenti ad enfatizzare alcuni momenti. E un certo modo di rappresentare i corpi, lucenti, patinati, statuari, in pose plastiche (si guardi la famosa partita di pallavolo), che sembra venire dal cinema di Leni Riefenstahl, e dal suo Olympia. Che era propaganda. E quindi pubblicità.

Top Gun è diventato moda

Top Gun ha definito e fissato le regole di un certo cinema degli anni Ottanta e ancora oggi ne è un simbolo. E, visto oggi, ci pare invecchiato benissimo. Tanto che Top Gun: Maverick, il suo sequel, ne ha ripreso lo stile non apparendo mai datato. Ma, allora, Top Gun è stato anche moda, musica, cultura pop. Per quanto riguarda la moda, lo stile da aviatore aveva conquistato molti. In particolare, sono rimasti nell’immaginario collettivo il giubbetto di pelle indossato da Maverick e i famosi occhiali Ray Ban Aviator. E la voglia di tanti ragazzi di fare il pilota, pensando all’aeronautica come sbocco.

Giorgio Moroder e la colonna sonora

E poi c’era la musica. In pochi casi abbiamo visto musica e immagini fondersi così bene sullo schermo, e una colonna sonora diventare immediatamente evocativa di un film e in fondo di un mondo. La colonna sonora di Top Gun, allora, fu uno dei bestseller dell’anno. Allora, come oggi, è anche un’opera capace di vivere di vita propria, e di essere apprezzata anche da chi non ama il film. A chi lo ama, invece, ogni volta bastano poche note per riportarci alla mente una scena. La colonna sonora di Top Gun funziona sia nei suoi pezzi strumentali, che nelle canzoni vere e proprie. Tra i primi ci sono l’epico Top Gun Anthem, di Harold Faltermeyer e Steve Stevens (il chitarrista di Billy Idol e della Dirty Diana di Michael Jackson) e la malinconica Memories, sempre di Faltermeyer. Tra le canzoni c’è l’indimenticabile Take My Breath Away dei Berlin, scritta da Giorgio Moroder e Tom Whitlock, gioiello che si muove tra new wave e technopop, una ballata che diventa il tema d’amore del film e vince l’Oscar e il Golden Globe nel 1987. E l’adrenalinica Danger Zone di Kenny Loggins, basata su un irresistibile riff di chitarra elettrica, scritta sempre da Moroder e Whitlock, che inizialmente doveva essere incisa dai Toto. La colonna sonora di Top Gun riesce a cogliere perfettamente lo spirito del film. Chitarre elettriche, sintetizzatori, batterie elettroniche riescono ad evocare il senso della velocità, del movimento, della meccanica, del rombo dei motori e dell’adrenalina del film. Nella colonna sonora pubblicata sui dischi non c’erano, ma ci sono anche dei classici (li trovate nella versione su Spotify). Uno è Sitting On The Dock Of The Bay, di Otis Redding. E poi ci sono You’ve Lost That Loving Feeling dei Righteous Brothers e Great Balls Of Fire di Jerry Lee Lewis: nella versione italiana, essendo cantate dai personaggi, in quanto parte dei dialoghi, le sentiamo doppiate in italiano. 

Tom Cruise e Val Kilmer in un cast eccezionale

Già. I personaggi. Non si può parlare di Top Gun senza parlare di loro, e degli attori, tutti diventati star. Pete "Maverick" Mitchell è Tom Cruise, esploso letteralmente con quel film, gigione e temerario, ancora oggi star assoluta di Hollywood e estremamente credibile quasi 40 anni dopo, al momento di riprendere il suo ruolo.  Tom "Iceman" Kazansky è l’indimenticato Val Kilmer, il rivale freddo, spietato, sfrontato eppure onesto nell’ammettere che Maverick è stato il pilota migliore. Se guardiamo il suo Iceman ci sembra impossibile che pochi anni dopo sarebbe diventato Jim Morrison. E anche che oggi, dopo averci salutato in Top Gun: Maverick, non ci sia più. Kelly McGillis è Charlotte "Charlie" Blackwood, istruttrice e colpo di fulmine di Maverick. Ha lasciato le scene poco dopo il successo di quel film e non l’abbiamo rivista nel sequel.  Nick "Goose" Bradshaw è Anthony Edwards, che avremmo ritrovato in E.R. E che è anche il “gancio” perfetto tra il primo e il secondo film: nella scuola Top Gun, infatti, arriverà il figlio, interpretato da Miles Teller. E ancora, sono perfetti per il ruolo Tom Skerrit, Michael Ironside, Tim Robbins e una giovanissima Meg Ryan nei panni della moglie di Goose. In Top Gun: Maverick l’interesse sentimentale del protagonista non sarà più Charlotte, ma Penny Benjamin (Jennifer Connelly): nel primo film viene citata, per un attimo, come la figlia dell’ammiraglio, con cui Maverick aveva avuto un flirt, portandola in volo sul suo aereo…

Top Gun: come la mettiamo?

Dopo aver visto Top Gun e Top Gun: Maverick uno dopo l’altro, torniamo alla domanda da cui siamo partiti. Come la mettiamo con gli aerei, la marina militare, la guerra? I due Top Gun, a conti fatti, ci sembrano davvero un gioco. Ci sembrano dei film catartici. Saranno anche propaganda, ma questa per qualche ragione non fa centro. Top Gun, a noi, è sempre parso in realtà parlare di altro. È qualcosa che ha a che fare con il volo, con la libertà, con la possibilità di stare a centinaia di metri da terra e di lasciarsi tutto sotto. Top Gun è stagliarsi nel cielo, è vivere nel blu. È andare oltre i propri limiti, lontano, per trovare se stessi.

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