Tutti gli uomini del Presidente: i 50 anni del classico sul caso Watergate
Nel 1976 Tutti gli uomini del Presidente, diretto da Alan J. Pakula, ricostruiva l’inchiesta del Washington Post all’origine del più grande scandalo politico nella storia degli USA.
La sera dell’8 agosto 1974, in un discorso trasmesso in diretta televisiva, Richard Nixon annuncia le sue imminenti dimissioni dalla Presidenza degli Stati Uniti, il primo (e ad oggi unico) caso nella storia della nazione; la mattina seguente le sue dimissioni diventeranno effettive, e a prendere il posto di Nixon alla Casa Bianca sarà il suo Vice Gerald Ford. La data emblematica del 9 agosto 1974, un momento spartiacque per la politica americana, è quella a cui si riferisce l’immagine di chiusura di Tutti gli uomini del Presidente: il punto d’arrivo dell’inchiesta sul Watergate, il più grande scandalo politico nella storia degli USA, che sarebbe costato a Nixon la Presidenza al fine sottrarsi a un inevitabile impeachment (un mese dopo le dimissioni, il Presidente Ford avrebbe concesso a Nixon una grazia incondizionata per i suoi reati federali).
C’è del marcio alla Casa Bianca: l’inchiesta di Carl Bernstein e Bob Woodward
A meno di due anni di distanza dall’ingloriosa fine dell’era di Nixon, il 9 aprile 1976 fa il suo debutto sul grande schermo Tutti gli uomini del Presidente, diretto da Alan J. Pakula: forse il più importante esempio di instant movie del cinema americano, senz’altro fra i più popolari e acclamati, con oltre trenta milioni di spettatori negli Stati Uniti (il terzo maggior incasso del 1976, dopo Rocky ed È nata una stella) e un successo suggellato dalla vittoria di quattro premi Oscar per miglior attore supporter (Jason Robards), sceneggiatura adattata, scenografia e sonoro. Alla base del film di Pakula c’è l’omonimo saggio giornalistico pubblicato due anni prima da Carl Bernstein e Bob Woodward, i due cronisti del Washington Post autori dell’indagine attorno all’arresto di cinque uomini la notte del 17 giugno 1972 nel quartier generale del Comitato Nazionale del Partito Democratico.
Gli uffici in questione, all’interno dei quali erano state inserite delle microspie, si trovavano all’interno del Watergate, un complesso di edifici a Washington D.C.: da qui il nome dell’inchiesta condotta per quasi due anni da Bernstein e Woodward, che nel film hanno i volti di due fra i massimi divi della New Hollywood, Dustin Hoffman e Robert Redford, e dello scandalo che si sarebbe esteso a vari esponenti del Governo federale, fino a coinvolgere lo stesso Richard Nixon. A questo proposito, il suggestivo titolo del libro di Bernstein e Woodward, adattato dallo sceneggiatore William Goldman, rielabora due versi della nota filastrocca Humpty Dumpty, che recitano «All the King’s horses and all the King’s men/ Couldn’t put Humpty together again»; nel caso specifico, tutti gli uomini del Presidente non saranno in grado di farlo rialzare dalla sua rovinosa caduta.
L’America del Watergate, fra scandali e paranoia
Già produttore di successo a Hollywood (Il buio oltre la siepe), Pakula aveva debuttato dietro la macchina da presa nel 1969 con il dramma sentimentale Pookie, con Liza Minnelli, e nel 1971 aveva dimostrato la sua predisposizione per il thriller dirigendo una delle pietre miliari del genere, Una squillo per l’ispettore Klute, con Jane Fonda e Donald Sutherland: un magistrale racconto attraversato da uno strisciante senso di paranoia, e con la cupa fotografia di Willis come elemento caratterizzante. Dalle inquietudini individuali di Una squillo per l’ispettore Klute si sarebbe passati, nel 1974, alla suspense opprimente del thriller politico Perché un assassinio, con Warren Beatty: questi due titoli, seguiti nel 1976 da Tutti gli uomini del Presidente, andranno a comporre la cosiddetta “trilogia della paranoia” di Pakula, fra i registi che meglio hanno saputo esprimere ansie e ossessioni dell’America degli anni Settanta.
Il film è scandito dunque da una tensione impalpabile, ma che cresce a poco a poco fin verso l’epilogo, quando la paura del potere come un insidioso Grande Fratello contagerà anche la coppia di cronisti, trovando però un contraltare nella solidità e nella gravitas del direttore esecutivo del Washington Post, Ben Bradley, ruolo che sarebbe valso l’Oscar al veterano Jason Robards (e che verrà ripreso nel 2017 da Tom Hanks in The Post di Steven Spielberg). Cinquant’anni dopo, oltre a costituire un modello ineludibile nel proprio filone di appartenenza (basti pensare alla sua influenza su titoli come Il caso Spotlight e The Report), Tutti gli uomini del Presidente rimane una colonna portante del nostro immaginario in merito al giornalismo investigativo e alla libera informazione come strumenti per vigilare sulla politica e inchiodarla alle sue responsabilità: un principio che, nell’America di Donald Trump, risulta perfino più drammaticamente attuale rispetto a mezzo secolo fa.