Una di famiglia e il femminismo conservatore
Una di famiglia di Paul Feig: un thriller domestico che riflette su potere, capitale ed empowerment femminile tra conservazione e sorellanza
Quando nella prima scena di Una di famiglia (The Housemaid, Paul Feig, 2025) il grande cancello della residenza Winchester si spalanca di fronte alla giovane Millie (Sydney Sweeney), il senso di grandezza e meraviglia pervade la protagonista: sta per entrare nel mondo dei benestanti, e il raggiungimento di tale status si fa superiore per importanza allo stesso riscatto individuale tanto agognato.
Di Millie non sappiamo ancora niente, se non che ottenere quel lavoro come domestica (compreso di ospitalità: lì dovrà anche vivere) concessole dalla padrona di casa Nina (Amanda Seyfried) è il meglio che può desiderare per sé stessa. Millie ha bisogno di quel lavoro, di quella sicurezza economica, e così nonostante le prime avvisaglie di un violento disagio psicologico di Nina e la reticenza ad accoglierla della figlia piccola, la protagonista accetta di entrare in un gioco di potere, segreti e dominazione di cui Andrew (Brandon Sklenar), marito e proprietario di casa, è arbitro e custode: il “buon padrone” bello e gentile che tutto può concedere.
Tratto dal romanzo bestseller di Freida McFadden (83 milioni di copie vendute) esploso a partire dalla comunità BookTok di TikTok nel 2022, Una di famiglia pone in essere già dal titolo, sia italiano che inglese, la centralità dell’ambiente domestico e le particolari dinamiche che questo prevede nei confronti delle donne (The Housemaid, “la governante”, ne è un’indicazione occupazionale/socio-economica). La lotta è tutta tra due donne che si contendono una posizione di potere a fianco dell’uomo-padrone, e le due figure stereotipiche che si scontrano sono in questo caso la “donna pazza” che si immagina le cose, vittima di gaslighting (Seyfried), e la ragazza giovane, libera da vincoli coniugali e sessualmente potente (Sweeney). Entrambe, nel sistema presupposto, non possono esistere: devono per forza combattere secondo una logica tipica del potere verticale, di dominazione che prevedere l’annullamento dell’altra. È il trionfo della logica capitalista che si manifesta in modo terrorizzante, in chiave thriller, in quella paura della sostituzione che sembra interessare parecchio il cinema contemporaneo (affrontata per esempio dal lato del pater familiae in No other choice di Park Chan-wook).
Ci basta quindi vedere un empowerment femminile per considerare tale lotta una virtuosa emancipazione? Dipende dal segno che si dà a tale lotta. In Una di famiglia viene infatti posta contro la madre di famiglia una donna desiderante, sessualmente potente, padrona del suo destino. Ma la lotta di Mille, prima della svolta narrativa del terzo atto, sembra avere molte più caratteristiche del femminismo conservatore che di quello radicale. Di certo non lotta primariamente per migliorare la condizione di altre donne o per affermare un principio: l’empowerment qui è una conquista individuale e individualista. Non c’è quindi da meravigliarsi che il pensiero espresso da Una da famiglia appartenga alla stessa corrente di pensiero che rifiuta la lettura strutturale dell’oppressione femminile e la retorica del vittimismo. Per dirlo più chiaramente, siamo agli antipodi del femminismo radicale, caratterizzato invece dal collettivismo e dal voler mettere in discussione non solo il potere tra sessi ma proprio il sistema dei rapporti sociali ed economici. Un femminismo, quello sì, anticapitalista e intersezionale, che rivendica quanto “il personale è politico”.
Per Millie il piacere del riscatto si fa dapprima godurioso quanto patinato, laccato lucido come il mobilio color panna e le opulenti scale tramite cui si ascende all’agognato piano superiore. La scalinata poi è carica di simbolismo sociale e cinematografico per gli innumerevoli incidenti su scale di cui sappiamo essere piena la storia del cinema (di cui la più notevole in chiave di genere è La scala a chiocciola, 1946) e lo stesso Feig ci ammicca con un po’ di inquadrature premonitrici. Che tale conquista verso l’alto sia nella pratica uno stanzino nel sottotetto con la finestra sigillata e senza chiave, beh su quello Millie può ancora soprassedere (ma se lo potrà poi permettere?).
Annullato il caos di un insostenibile potere triangolare (qualcuno deve per forza perire, per fare tornare l’equilibrio), la liberazione dal male più manifesto permette di tornare alla vita, e la celebrazione del successo si fa concreto e risolutivo una volta che si ha un assegno in mano. Così in Una di famiglia l’individualismo, cacciato fuori dalla porta, rientra dalla finestra nell’affermazione di quel principio da cui era iniziato il film: e il motto conservatore “non sono una vittima” non fa che riaffermarsi più forte di prima, assieme al dominio del capitale.